venerdì 2 dicembre 2016

The Untouchables - Gli intoccabili di Brian De Palma (1987)


Non ho più l’abitudine, come in certi anni passati, di concludere la giornata sedendomi davanti al televisore; e quindi non so dire se ancora oggi questo film di Brian de Palma possa avere quello strano effetto calamita che, quando mi capitava di incrociarlo nei miei zapping annoiati, m’induceva a frenare il pollice, a guardarne qualche scena e poi – una sequenza tira l’altra – a riassaporarlo fino alla fine, catturato immancabilmente dalla una sua strana fascinazione.
In omaggio agli infallibili meccanismi di seduzione di questo film, provo a mettere insieme alcune considerazioni sulla qualità dei suoi ingredienti che sono la sceneggiatura (e cioè la storia e il modo di svilupparla), la caratterizzazione dei personaggi (e, ovviamente, la straordinaria recitazione degli attori) e la regia.

La sceneggiatura (di David Mamet, autore teatrale, quello, per dire, de Il Postino suona sempre due volte) è solida ed equilibrata e la vicenda si snoda con un ritmo narrativo denso, teso, perfetto nei suoi ingranaggi.
Siamo negli anni ’30, a Chicago, Illinois. Quattro poliziotti si associano per stroncare la carriera ad Al Capone che controlla la città col traffico di alcool e con altri affari loschi: il pool è composto Elliot Ness, agente speciale del Tesoro (Kevin Costner), da James Malone, un vecchio poliziotto irlandese (Sean Connery), da una giovane recluta di origine italiana, George Stone (Andy Garcia) e da Oscar Wallace, un ragioniere fiscalista (Charles Martin Smith).

I personaggi sono a tutta tinta, senza sfaccettature: i buoni sono buoni, i cattivi sono cattivi. Forse anche per questo manicheismo il film appare grandioso: i quattro poliziotti assolutamente virtuosi, come angeli, si contrappongono a un gangster sgradevole e indisponente (ma nello stesso tempo affascinante nella sua spavalda strafottenza quando sfida Costner urlandogli in faccia l’indimenticabile “sei tutto chiacchiere e distintivo”). Difficile poi dimenticare fra i buoni il veterano Malone che si fa ammazzare sulla soglia di casa (e della pensione) e – fra i malvagi – il suo inquietante e spietato killer vestito di bianco.

Nella regia, perfetta, De Palma sfodera tutto il suo virtuosismo.
Il film è un vero e proprio esercizio di stile, un condensato esemplare della migliore tecnica cinematografica, un’antologia di tutte le regole del linguaggio filmico; quasi un film sul cinema, si potrebbe dire, buono per essere utilizzato ad un corso di cinema per mostrare le potenzialità comunicative ed espressive del mezzo: inquadrature equilibrate (anche quelle inconsuete, fortemente espressive), piani e campi da manuale, giochi prospettici, angolazioni e composizioni accuratissime, uso attento delle soggettive (magistralmente angosciosa quella dell’assassinio di Malone-Connery), controcampi, movimenti di macchina, montaggi alternati, piani sequenza, rallenty. Non manca nulla.

I cinefili hanno di che divertirsi nel cercare le visitazioni dei generi (dal giallo al gangster movie, al thriller, al film d’azione, allo splatter e all’horror, fino al western) o gli omaggi (a Hitchcock, a Carpenter o a Kubrik; a Welles, a Kurosawa, a Ford, a Pekinpah e perfino a Dario Argento, e al pittore Edward Hopper per le ambientazioni) o le citazioni (come quella della carrozzina che precipita lungo la scalinata della stazione di Chicago che supera per fama l’analoga scena cult della "La corazzata Potemkin" di Ejsenštein).
Potrebbe essere divertente anche cercare registi o film che hanno in seguito tratto ispirazione da questo capolavoro di Brian De Palma: a me viene in mente Boardwalk Empire, la pregevole serie televisiva – cinque stagioni – di Terence Winter, prodotta da Martin Scorsese e interpretata da Steve Buscemi.

Resta sospeso nell’aria il dubbio che un film così accuratamente confezionato, così perfetto, così efficace abbia il suo imbarazzante limite proprio nelle indiscutibili qualità che lo caratterizzano.  Si sa che la perfezione è il peggiore dei vizi.
Ma tant’è.
Anche l’ipercriticità è la più stupida fra le perversioni, soprattutto se riferita allo spettatore (… lasciamola al recensore, che nutre fisime autolesioniste e, facendo male il suo mestiere, prende le distanze razionali da film che emotivamente lo coinvolgono).
Se “Gli intoccabili” – con il suo budget, il cast stellare, il manicheismo conclamato, la struttura studiata al tavolino, il manierismo – è fatto per piacere, che male c’è se centra nel segno?











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