venerdì 2 dicembre 2016

Remember di Atom Egoyan (2015)


Max Rosenbaum e Zev Gutman sono due decrepiti vecchietti ospiti di una casa di riposo: portano entrambi sull’avambraccio il marchio dei sopravvissuti di Auschwitz; entrambi coltivano il proposito di uccidere Otto Wallisch, il Blockführer responsabile dell’uccisione dei loro familiari, che ora si nasconde da qualche parte dell’America del nord sotto il falso nome di Rudy Kurlander. Max, immobilizzato su una sedia a rotelle, è la mente che escogita il piano; Zev (il lupo), che soffre di demenza senile, sarà (ovviamente) il braccio.
Il povero Zev, dopo che è venuta a mancare la moglie Ruth, evade dall’ospizio per compiere l’impresa. Ha con sé una borsa per toilette zeppa di medicinali e, nella tasca della giacca, una lettera di Max che nell’incipit è un promemoria “identitario” che lo recupera dalle sue ricorrenti amnesie e nel prosieguo una guida che riporta le istruzioni dettagliate per condurre a termine la missione. Nella busta vi è anche il denaro per l’acquisto di una pistola, i biglietti aerei, le prenotazioni alberghiere e gli indirizzi dei quattro diversi Rudy Kurlander fra i quali Zev deve individuare l’aguzzino da giustiziare.

Il viaggio si svolge in un mondo che – con tutta evidenza – ha “dimenticato”.
E Zev, il sopravvissuto, appare incongruente: sgualcito nelle ambientazioni linde di un paese ricco, perso lungo i tragitti segnati dalla roadmap, refrattario alle gentilezze di chi lo soccorre nei suoi smarrimenti, arido di emozioni e incapace di rabbie. Una scena dopo l’altra, cresce nello spettatore il disagio e la pena per questo relitto alla deriva che nemmeno l’Alzheimer (beata ebetudo, sola beatitudo!) riesce a salvare; e aumenta il disappunto per i pignoli promemoria del meticoloso Max che – remember – gli impediscono di tornare nella confortevole tana della dimenticanza.
Le stazioni di questa via crucis sono spiazzanti: il primo dei quattro Rudy è un veterano dell’Afrikakorps di Rommel che non ha nulla a che vedere con il mondo concentrazionario; il secondo, ormai moribondo, è stato ad Auschwitz ma come internato omosessuale; il terzo è sì un nazista che però nel ‘40 aveva dodici anni, ed è oltretutto morto; il quarto non è propriamente il boia ricercato.
Lungo il tragitto Zev incappa in altri personaggi non meno inquietanti, attraverso i quali il regista armeno-canadese ci offre un sintetico spaccato dell’America profonda: il bottegaio che vende una micidiale Glock a un vecchio palesemente rintronato; lo sceriffo neonazista e alcolizzato (interpretato da Dean Norris, già agente DEA nella splendida serie Breaking Bad); la galleria di bambini gentili (fino all’ingenuità) che – a contrasto – sollevano un sospetto di ambiguità nei confronti della vecchiaia (forse di per sé velenosa, forse turpe).

L'improbabile colpo di scena finale – un vero e proprio triplo salto mortale – avrebbe dovuto essere, nell’intenzione dello sceneggiatore (Benjamin August), il guizzo di genialità capace di assegnare sostanza al film e di conferire alla vicenda significati simbolici sublimi. Ma la trovata è troppo cerebrale, troppo “studiata”: sorprende, di sicuro, ma spiazza, sconcerta, irrita. Lo spettatore non ama le trame troppo prevedibili, ma nemmeno accetta tanto facilmente di essere “ingannato” da capovolgimenti artificiosi (o, in questo caso, di essere costretto a ripudiare un personaggio col quale ha consolidato un rapporto empatico).
E poi c’è dell’altro: il macchiavellico piano di Max (che ha la perfida faccia di Martin Landau) mette sullo stesso livello diabolico i martiri e i carnefici, alimentando la sensazione che non ci sia poi molta differenza fra gli assassini e le vittime che si fanno predatori (o, addirittura, gli ex-torturatori che indossano la kippah).
Ecco. Il giudizio sulla qualità di Remember dipende da questo: se l’autore ha congegnato lo scarto conclusivo per evitare il finale prevedibile è un furbacchione; ma è un genio se invece ha elaborato la trama per destabilizzare lo spettatore pigro e passivo o per mettere in crisi il conformismo filosemita, ottuso come tutti i conformismi. 
Comunque sia, bisogna riconoscere come suggestiva l’idea singolare di aprire uno spiraglio nuovo e dischiudere prospettive insolite sui paesaggi della memoria; e di suggerire riflessioni atipiche sul termine “memoria”, giocando sul contrasto fra la sua accezione individuale-clinica (perdita di memoria) e quella collettiva-storica (Memoria).
Chi cerca i mostri, pare dire Egoyan, dovrebbe prima di tutto trovare se stesso, districandosi nei labirinti della mente. La vendetta è inafferrabile, come la verità, del resto. E la confusione non regna solo nella mente ingarbugliata di Zev. Il male non è laddove potrebbe apparire, ma filtra nelle pieghe della normalità.

La mescolanza fra amnesie e rimozioni inconsce, l’assommarsi della demenza senile a preesistenti disturbi psichici (il connubio, in sostanza, fra Alzheimer e Freud) costituiscono comunque un guazzabuglio un po’ troppo temerario. E il risultato è una pietanza composita e originale, sperimentale e ambigua, sicuramente sorprendente, ma di difficile digestione. 



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