venerdì 2 dicembre 2016

Neruda (2016) di Pablo Larraìn


Non amo i biopic, ma ho voluto vedere questo film per riconsiderare a distanza e indagare un po’ la mia antichissima infatuazione per la poesia di Pablo Neruda.
E a dir la verità ho trovato utile – come un viaggio nella memoria – la narrazione, sia pure un po’ rimaneggiata, di un momento estremamente importante della vita del poeta cileno: sapevo effettivamente poco dei suoi tredici mesi di clandestinità durante i quali, ho appreso, furono scritte le pagine più potenti del Canto general.

Il film mi è piaciuto, ma ne sono uscito con qualche indecifrata perplessità.
Mi è piaciuta la disinvoltura con cui sono presentate le contraddizioni del personaggio (interpretato da un sornione Luis Gnecco): un marxista libertino che ama la dittatura del proletariato e la vita notturna; un sovversivo che frequenta bordelli; un intellettuale narcisista che disquisisce di letteratura e ostenta con disinvolta vanità il suo corpaccione sovrappeso; un rivoluzionario eccentrico mitizzato dai minatori in sciopero e adorato dai borghesi intellettuali di Santiago; un comunista che sfida il potere sapendo di rischiare la vita ma non accetta le imposizioni dal partito sui modi di organizzare la latitanza. E nel privato, un amante tenero e sensuale che non rinuncia alle sue abitudini di puttaniere e frequenta bordelli nei quali accetta di declamare (a gentile richiesta, fino a farne una specie di parodia) una delle sue poesie più famose (sempre la stessa, Posso scrivere i versi più tristi questa notte, che da ora in poi rileggerò con qualche riluttanza).
Mi è piaciuta anche la spigliatezza che il regista dispiega nel mescolare fatti veri, biograficamente documentati, e situazioni improbabili, efficaci però nell’illustrare con estrema chiarezza le posizioni politiche e le concezioni poetiche di Neruda (vedi, ad esempio, la sequenza grottesca in cui il senatore gira di notte in auto attorno al palazzo del dittatore Videla e pesta sul clacson per disturbargli il sonno e rompergli le scatole con l’impertinenza temeraria di un monello o quell’altra scena in cui il poeta questiona di poesia con una sua ammiratrice ubriaca).
Mi è piaciuta, ancora, l’atmosfera che aleggia in tutto il film nel quale si respirano l’internazionalismo irrealizzabile e la dittatura incombente (e s’indovina quella a venire, di Pinochet), ma si assaporano anche le emozioni che scaturiscono dalla passione amorosa e dal fervore politico.
Mi è piaciuta la scelta delle inquadrature e dei movimenti e l’uso della macchina da presa (incredibile il piano-sequenza iniziale nei bagni del senato); mi sono piaciute le scelte cromatiche della fotografia, da quelle soffuse dei bordelli a quelle livide dell’epilogo;  mi ha felicemente sorpreso il montaggio surreale con dialoghi che si dipanano fluidi fra i personaggi con inattesi scarti di luogo e salti di tempo (come a significare una coerenza concettuale e una continuità emotiva nella discontinuità del trascorrere della vita).

Mi è piaciuta infine, anche se confesso di non averla capita a fondo, l’insistenza del regista sull’ambiguo rapporto che oppone e lega nello stesso tempo il poeta in clandestinità con il tormentato ispettore di polizia che lo bracca.
La fascinazione fra inseguitore e inseguito è diffusissima nel cinema: del tema se ne potrebbe fare una rassegna fittissima. Ma qui, il ping-pong che dilaga e sostanzia tutto il film appare strano, particolarmente aggrovigliato, enigmatico; la partita a rimpiattino nella quale i due antagonisti si misurano è una sofisticata e inattesa. I duellanti non si incontrano mai: il gioco del gatto col topo avviene a distanza, con Neruda-Pollicino che nella sua lunghissima fuga (durata tredici mesi e lunga centinaia di chilometri) semina libri e lascia messaggi all’inseguitore e il poliziotto che lo tallona fiutando le sue tracce quasi calamitato dal carisma del poeta (come un topo ammaliato dal Pifferaio magico).
Il regista Pablo Larraìn abbandona deliberatamente (astutamente) la (banale) ricostruzione biografica per immergerci in questo emozionante contrasto, nel quale il poliziotto in cerca di riconoscimento (delle origini, del padre, del ruolo, della fama) diventa quasi comprimario.
L’ispettore Oscar Peluchonneau (Gael garcìa Bernal), affascinato dal temerario ardimento del poeta e forse anche dalla sua solidità esistenziale o dalla sua popolarità, tallona la preda da vicino ma non l’azzanna, come se – portando a compimento la sua missione – avesse timore di svuotare di significato la propria esistenza. In certi momenti viene il sospetto che il questurino sia quasi intento a incrementare l’epicità della fuga, invece che a interromperla, forse inconsciamente desideroso di inserirsi nella scia leggendaria per dare – finalmente – un senso alla sua vita di travet.

Una scelta autoriale astrusa questa (coerente con le tormentate opere precedenti del regista, del quale ricordo Il clan, tenebroso e crudele), forse riconducibile al fatto che Larraìn vive le contraddizioni di chi trova incomprensibili le sue radici, provandone attrazione e repulsione.




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