venerdì 2 dicembre 2016

Marguerite di Xavier Giannoli (2015)


Xavier Giannoli ha dimostrato un certo coraggio a realizzare un film ispirandosi alla storia vera di Florence Foster Jenkins, una soprano statunitense negata per il canto che, grazie alla sua caparbietà e alle considerevoli disponibilità economiche, si è costruita una carriera come concertista proprio agli inizi del secolo scorso e ha “acquistato” fra il 1912 e il 1944 un notevole successo.
La storia esigua non consentiva grandi sviluppi narrativi e la vicenda paradossale poteva facilmente scivolare nel grottesco (sullo stile, per fare un esempio, de Il Petomane di Pasquale Festa Campanile).
Giannoli ha invece saputo evitare questi intoppi imprimendo al film un’altra direzione e ricavandone un’opera delicata, struggente, profonda, anche se venata (con ironica coerenza) di una certa melodrammaticità.

Nel film la vicenda si sposta in una villa di campagna nei dintorni della esuberante Parigi negli anni ’20; e la protagonista, Marguerite, è una ricca baronessa appassionatamente melomane, collezionista di partiture originali e di costumi di scena, che si ostina a voler cantare pur essendo irrimediabilmente stonata e persevera nell’allestire piccoli concerti domestici per gli amici, sognando un’esibizione pubblica nella Ville Lumière.
Gli sconcertanti ricevimenti che organizza, con annesso recital, avvengono nella sua lussuosa magione, alla presenza della servitù schierata e di una folta comitiva di invitati. Gli amici (fintamente tali, per ipocrisia o per compiacenza) ascoltano attenti e applaudono giudiziosamente come una claque, in ossequio alla generosa ospitalità della nobildonna, coinvolti dalle iniziative filantropiche che va promuovendo, sedotti dal prestigio che deriva dalla frequentazione della sua casa, incuriositi e divertiti dalla sua inconcepibile ingenuità e dalle ridicole performances.
Il marito, quando non riesce ad assentarsi, assiste imbarazzato. È consapevole che poi, fuori da lì, i compiacenti ammiratori spettegolano e sghignazzano. Patisce il disagio della fastidiosa situazione e sopporta a fatica la condizione assurda in cui è smottata la moglie, ma non riesce ad affrontare il problema e non sa come uscirne, un po’ per quel residuo di tenerezza che lo lega alla consorte (e gli impedisce di essere con lei crudelmente sincero), un po’ per il vago senso di colpa che lo accompagna a causa di una consolidata relazione extraconiugale.
La supervisione dei ricevimenti è affidata a un maggiordomo di colore irrazionalmente protettivo che si occupa in toto della vita di Marguerite, assecondando le sue passioni, accompagnandola al piano quando canta, fotografandola negli improbabili costumi che indossa, proteggendola nelle trasferte, salvaguardandola da tutti e da tutto, creando attorno a lei uno scudo protettivo e diventando complice delle sue alienate fluttuazioni nell’irrealtà (il personaggio ricalca esplicitamente il Max von Mayerling interpretato da Erich von Stroheim in Viale del tramonto di Billy Wilder).

A imprimere uno scarto alla routine e a far precipitare la situazione, arrivano due intrusi, due giovani che s’imbucano nei ricevimenti di Madame per scroccare tartine e champagne: uno fa il giornalista d’assalto ed è sempre a caccia di notiziole sensazionali; l’altro è uno scapigliato e confuso artista in cerca di affermazione. Entrambi sono immersi nel milieu culturale degli anni del primo dopoguerra (magnificamente reso da scenografie e costumi) e fanno parte di quei movimenti di avanguardia allora in voga (dadaisti con qualche coloritura futurista e surrealista) che proclamavano con convulsa vivacità la morte dell’arte tradizionale, il rifiuto degli standard e la più assoluta libertà creativa.
I due assistono allibiti a un’incredibile performance della baronessa; e le ancor più inverosimili manifestazioni di consenso fanno scattare in loro un progetto diabolico: avvicinare la nobildonna, fingere entusiasmo per la sua voce e assecondare le sue aspirazioni per convincerla ad organizzare un concerto pubblico. Cosa vi poteva essere infatti di più eversivo, provocatorio e stravagante – in linea con la poetica dadaista – delle lancinanti stonature di una cantante che massacrava i canoni del bel canto e profanava l’opera che in quegli anni era all’apice della sua popolarità? Cosa di più dirompente e lacerante di una solenne rottura non metaforica di timpani?
Sfruttando biecamente la passione dell’ingenua baronessa e solleticando la sua voglia di affermazione (nutrita anche dall’infelicità, dalla solitudine e dal bisogno di affetto), aiutati dal maggiordomo (che contro ogni logica persegue la soddisfazione del folle sogno della sua amata padrona), i due dadaisti s’insediano nella sua villa di campagna, trovano un maestro di canto, prendono i giusti contatti, organizzano con sapienza mediatica un piccolo show in un locale (una specie di Cabaret Voltaire parigino) facendo esibire una Marguerite trasfigurata che maltratta la Marsigliese mentre su di lei paludata di peplo candido scorrono immagini di guerra; il tutto in preparazione del grande concerto/evento che, con esiti inimmaginabili, concluderà l’avventura.   
Colpisce nella strana vicenda l’ipocrisia degli amici e l’indefinita complicità del marito: ma se i primi sono esecrabili perché spinti a mentire per meschine convenienze, il secondo appare commiserevole, ferito com’è dal disappunto per essersi lasciato progressivamente irretire da una situazione sempre più intricata e irrisolvibile, dilaniato dalla sua paralizzante inadeguatezza, straziato nello scoprire – e solo perché glielo rivela l’amante – di essere la causa degli scompensi di Margherita.
Lo sconcertante cinismo dei due dadaisti assume però valenze fortemente simboliche: portando in scena Margherite i due mascalzoni compiono inconsapevolmente lo stesso gesto dissacratorio del loro maestro Duchamp che, solo 4 anni prima, aveva elevato un orinatoio capovolto a simbolo del dadaismo, inventando sostanzialmente l’arte concettuale. 

La figura di Margherite è ineffabile e disarmante, seducente e angosciante nello stesso tempo: la donna, appassionata di canto al punto di lasciarsi impregnare la vita della sua infatuazione, colleziona libretti, partiture e costumi di scena e si lascia immortalare nei panni improbabili e nelle pose enfatiche delle eroine del melodramma; aspirando a emulare le dive del proscenio, s’impegna volonterosa e umile nelle estenuanti lezioni di canto. Ma appare ingenua al punto da non rendersi conto della sua condizione rovinosamente ridicola e non coglie i segnali della sua annunciata débâcle.
La mistura assurda di tragico e ridicolo in lei è devastante.
Lo spettatore non può fare a meno di lasciarsi calamitare dalla passione che invade la povera Marguerite; al compatimento iniziale subentra la comprensione, la simpatia, la compartecipazione, la speranza di un improbabile recupero, di un impossibile riscatto, l’affetto empatico.
Le sue prime esecuzioni disturbano e sollevano l’ilarità anche fra gli spettatori del film; ma già nell’esibizione nel cabaret il fastidio si indirizza sulla cagnara degli spettatori più che sulle stonature dell’interprete e i fischi sembrano più sgradevoli delle dissonanti note; e all’apertura del sipario sul palco del teatro all’inizio del grande concerto la tensione che ci assale è la stessa che attanaglia l’infelice baronessa.

In questa perfida efficacia sta il valore di questo piccolo film che riesce a insinuare negli spettatori più sensibili, per almeno un attimo, il sospetto che forse, in misura diversa, soffriamo tutti di “presunzione”, inesperti di autoanalisi e incapaci di vedere le nostre insufficienze. Ognuno di noi si costruisce un’immagine di sé confusamente difforme da quella che gli altri colgono con chiarezza.  Ognuno di noi possiede impercepita e palesa evidente la sua facies comica dietro la quale – sempre – si cela la sofferenza.
La vita è una piccola recita, ma noi siamo tentati di considerarla un grande spettacolo. Confondiamo il perno della nostra esistenza con l’asse dell’universo. Ci crediamo l’ombelico del mondo. Ci poniamo al centro di una finzione e organizziamo attorno a questa un microcosmo rigorosamente coerente. E non ci accorgiamo che la nostra avventura si sviluppa separata e aliena rispetto al resto, alla realtà; e che spesso, quanto per noi è concretezza tangibile, per altri può essere fantasma invisibile.   
La sindrome di Marguerite è più diffusa di quanto si creda: è facile lasciarsi irretire dai sogni impossibili per non guardare la sgradevole concretezza; è quasi naturale nutrire illusioni che nascondono le asimmetrie fra desiderio e realtà; è di tutti tentare di camuffare i propri inestetismi, correggere le disturbanti disarmonie, mettere in sordina le stonature.

Ma perché negare il valore terapeutico della percezione distorta?
Se la verità “fa male”, perché non rifugiarsi nella doppiezza, o nella simulazione che, quanto più è coerente, tanto più camuffa efficacemente le distorsioni, attenua le sgradevolezze, lenisce i traumi?
Ha ragione il dolente marito di Marguerite: la menzogna aiuta a sopravvivere, non vale la pena smascherarla.
Ha ragione l’inquietante maggiordomo: è necessario raggiungere l’apice del delirio per chiudere il cerchio fra verità e finzione nel fatale corto circuito dell’esistenza.



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