venerdì 2 dicembre 2016

Lui è tornato (2015) di David Wnendt


A prima vista l’idea del film appare quasi banale: rientra nella serie giocosa delle ipotesi provocatorie, tipo quella del sasso nello stagno o del naso di Cleopatra. A stuzzicare i berlinesi con un “cosa accadrebbe se Hitler tornasse”, ci prova uno scrittore, seguito a ruota – visto il successo del libro – da un giovane regista.
Fra i due c’è però una non irrilevante differenza: il primo, usando la parola scritta, inventa una serie di reazioni e le racconta; il secondo, usando immagini e media, ha la geniale intuizione di viaggiare su un altro binario parallelo che è quello ben più inquietante dell’osservazione diretta, della constatazione immediata, della verifica sul campo. David Wnendt porta infatti il suo Hitler per strada, riprende tutto, registra e seleziona le reazioni più significative, confeziona e modifica in itinere la sua opera: costruisce in sostanza un’opera grottesca e inquietante che mescola cinema, documentario, reportage, apologo, candid camera, …
  
La storia è questa.
Fra i cespugli di un giardino nel centro di Berlino, Adolf Hitler si risveglia improvvisamente e comincia a muoversi spaesato nella città, tentando di entrare in contatto con la “gente”. I primi approcci sono penosi: dopo 70 anni, la distanza che separa il feroce dittatore da tutto e da tutti appare abissale; i bambini non lo riconoscono, gli adulti lo guardano come se fosse un barbone un po’ sciroccato, tutti ridono, molti chiedono selfie, troppi lo salutano col braccio teso o col pollice alzato.
Un reporter a corto d’idee, vista la curiosità suscitata da quello che lui considera un buffo sosia, “adotta” il personaggio e lo usa per costruire delle candid camera caserecce. Gli sketch dilagano sui social, la televisione se ne impadronisce, Hitler diventa un’icona mediatica.
Il fürer, che ha perso un po’ di smalto ma non la perspicacia politica, si presta a essere esibito come un fenomeno da baraccone e asseconda chi lo vuole usare, avendo però ben chiari (e chiarendo a tutti) gli obiettivi che si pone, consapevole (ancora) della potenza dei media, della permeabilità degli encefali, della duttilità delle masse. Benché stazzonato arrugginito dimostra insomma di saper e muoversi per stuzzicare le masse e ricostruire il consenso. Irrefrenabilmente.


Il film contiene alcune intuizioni formidabili:
-       Hitler qui non è presentato come un’emanazione demoniaca; chi nel passato l’ha dipinto come il genio del male ha commesso (più o meno consapevolmente) un errore, caricando sulle spalle di uno le colpe che invece sono di molti. Il regista pare suggerire che non c’è d’aver paura nell’improbabile riapparizione di un genio del male, ma che sono più da temere l’incultura, l’amnesia collettiva e la deriva etica, spesso impercettibile; che il pericolo più grave per la democrazia è costituito dai qualunquisti che magari sono gli stessi che deridono il malvagio (Donald Trump?) ma poi lo ascoltano, lo tollerano e in qualche modo lo favoriscono e gli consegnano il potere. A riprova di questo, il regista dissotterra l’Hitler suicida del 1945 e fa riapparire incolume l’Hitler assassinato nel 2015, come a dire il mostro che ci alleviamo dentro non può essere eliminato (“In fondo siete tutti come me: non ci si può liberare di me, sono una parte di tutti voi”).
-       A proposito di “ascesa” al potere, in questo film si fa intendere che per essere leader non è necessario trascinare le folle: basta lasciarsi da queste trascinare, basta assecondare il qualunquismo, fiutare l’aria, interpretare le paure, far leva sulle frustrazioni, solleticare l’emotività. L’Hitler del 2015 non si preoccupa di organizzare un partito o di arruolare SA per incendiare il Reichstag, ma si limita ad accontentare chi lo vuole esibire come fenomeno di baraccone, sapendo che questa è oggi la strada più agevole per guadagnare popolarità (visualizzazioni), seguito (follower) e consenso (like). Il nazionalismo ha fatto il suo tempo, soppiantato dal populismo, apparentemente innocuo. E coi dittatori, di moda nel secolo scorso, oggi non attacca: vanno di più i demagoghi (qui da noi, come oltrecortina e oltreoceano). Nel film, i vertici dei partiti neonazisti vengono ridicolizzati dallo stesso Hitler che invece ascolta con estrema attenzione le sparate qualunquiste dei passanti, lamentosi per istinto e antipolitici per vezzo.
-       Non è un caso se i primi alleati dell’Hitler redivivo sono un’edicolante e un giornalista; e se l’unica “lucida” oppositrice è una povera vecchia dementa malata di alzheimer; e se chi scopre per primo la sua pericolosità sociale finisce in manicomio.
-       A proposito del consenso e dei suoi meccanismi, che pensare del popolo che tifa per un vecchio pazzo xenofobo (che dichiara che intende rigettare in mare gli immigrati o riaprire i lager per stranieri e oppositori) ma si lascia prendere da una crisi di rigetto (passeggera) quando VEDE il suo idolo che spara a un fastidioso cagnetto?

Il film si può definire comico, grottesco, satirico, social-politico, docu-film, candid-camera, metacinema, …
Si ride, certo: divertenti sono le scene in cui Hitler trova ospitalità dentro un’edicola; spassoso è il suo disorientamento per un mondo irriconoscibile; esilarante è vedere il vecchio Adolf (aspirante pittore non ammesso, cento anni fa, all’Accademia di Vienna) che si mette a fare il ritrattista di strada per raggranellare qualche soldo. Altre scene comiche costellano il film: come le candid camera per strada; e quella in cui il vecchio dittatore impara l’uso del computer e si cerca un nome per aprire una propria casella di posta elettronica; e quella in cui Hitler, sullo sfondo, ha il contrasto col cagnetto; e le sequenze nei lavasecco; e l’intervista con un leader dei nazionalisti, con Hitler che gli si addormenta addosso …
Sconcertanti appaiono le forzature politically incorrect nei discorsi sull’abbassamento del Q.I. negli incroci di razza; e agghiacciante è la serie di battute sull’Olocausto nel brainstorming della redazione televisiva.

Nel suo insieme però il film non è comico. E forse nemmeno grottesco.
E nonostante il meccanismo di partenza, che è il viaggio nel tempo, non è affatto – purtroppo – un film di fantascienza.



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