venerdì 2 dicembre 2016

Le confessioni di Roberto Andò (2016)


Ciò che più irrita, in certi (troppi, ormai) film italiani è la pretenziosità accompagnata da dosi massicce di pretestuosità.
Opere mediocri, nemmeno buone per un passaggio televisivo, nascono da idee ambiziose quanto insignificanti, si ammantano di sceneggiature macchinose e confuse, sviluppano una trama incerta fra il didascalico e l’apocalittico, sprecano talentuosità attoriali, snodano dialoghi frammentati, sono infarcite di autocompiacimento, sfoggiano una fotografia inutilmente fastosa, scritturano compositori da Oscar per le colonne sonore. E trovano stampa compiacente e kermesse ruffiane.

La storia narrata da Roberto Andò in questo film è sconfortante, gonfia di niente.
Il direttore del Fondo Monetario Internazionale e i ministri dell’economia di otto importanti paesi s’incontrano in un lussuoso albergo tedesco affacciato sul Mar Baltico per prendere una decisione determinante per l’economia globale, un provvedimento che – questo si intuisce vagamente – consoliderà la loro potenza con effetti devastanti per tutti gli “altri”.
Al summit sono stati convocati, non si sa per quali ragioni, anche tre non addetti ai lavori: un austero frate, una deliziosa scrittrice di libri per l’infanzia e una rockstar, fuori posto quanto basta. Nessuno dei tre ha a che fare con la politica o con l’economia globale: ma forse – vallo a capire – la loro presenza serve a dare una facciata etica al raduno dei mascalzoni, oppure è semplicemente un comodo espediente narrativo pensato per sovraccaricare di metafore (fede, innocenza e creatività) la storia, trasformandola in apologo, o per introdurre un elemento di disturbo in una situazione altrimenti piatta e deprimente oltre misura. 
Il direttore del FMI che presiede il vertice, si suicida dopo un colloquio/confessione col monaco (che – nomen omen – si chiama Roberto Salus ed ha la faccia inespressiva di Toni Servillo). La tragica fine del mega-dirigente scatena le più disparate reazioni: i potenti vacillano di fronte al sospetto che il frate abbia ricevuto indebite confidenze sui loro inconfessabili segreti, qualche ministro entra in crisi e appare confuso e smarrito, il consesso perde la coesione iniziale; a nulla serve l’intervento di una teutonica regina del male che - videoconnessa - impartisce disposizioni e invita all’intransigente obbedienza i pavidi plenipotenziari. Lo strano monaco (che ha il vizio del fumo, anomalo in un asceta, ed è un birdlistening munito di registratore digitale) sbaraglia la compagine dei ministri confondendoli – chissà perché – con un’astrusa formula matematica (incompresa e incomprensibilmente potente nello smontare le loro macchinazioni).
Il film si conclude con un’inutile coup de théâtre: padre Salus pronuncia un severo discorso sentenzioso (una lavata di capo) ai plutocrati riuniti per il funerale e poi svolazza via sotto forma di upupa, per ricomparire su una spiaggia seguito da un feroce mastino da lui ammansito e allontanarsi infine sotto il sole, dimenticandosi dietro le spalle tutti i problemi insoluti del mondo. E lasciando noi spettatori allibiti di fronte ai troppi misteri irrisolti di questo film, provocatoriamente zeppo di messaggi indecifrabili.
Sorge il sospetto che il regista ci abbia voluto prendere in giro nel costellare il percorso di indizi inutili, di messaggi cifrati, di segnali fuorvianti, di depistaggi; e che abbia concepito il film nello stesso modo e con lo stesso scopo con cui ha architettato la formula matematica che sconcerta proprio per la sua inutilità.
Se così fosse, ma non è così, Andò meriterebbe l’Oscar per la spudorata e geniale provocatorietà.

Leggo che il regista ha collaborato con Sciascia. Ed infatti questo film ricorda vagamente il Todo Modo di Petri ( tratto, appunto, da un’opera di Sciascia), sia per il taglio da pamphlet che per molti elementi che lo connotano, quali il convegno dei potenti, la cupa claustrofobia delle ambientazioni, il delitto, la conflittualità, la spiritualità aleggiante, i temi dell’espiazione. Ma qui siamo lontani dalla radicalità intensa del modello e dalla trasparenza dei riferimenti storici contenuta in Todo modo (che, infatti, fu censurato); e ben lontana della feroce potenza istrionica di Volontè appare l’imbarazzante catatonia di Servillo.




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