venerdì 2 dicembre 2016

I miei giorni più belli (Trois souvenirs de ma jeunesse) di Arnaud Desplechin (2015)



Il protagonista, Paul Dedalus, è uno stimato antropologo che, di rientro da una permanenza per studio in Tagikistan, viene fermato dalla polizia e sospettato di spionaggio perché al controllo del passaporto risulta avere lo stesso nome e cognome, con identica data di nascita e luogo, di un australiano scomparso qualche anno prima: Paul spiega le ragioni di questa strana incongruenza e racconta al funzionario dei servizi segreti quando e come, qualche decina di anni prima, studente in gita scolastica, aveva ceduto i suoi documenti ad un ebreo di Minsk che voleva emigrare in Israele.
Nel rievocare queste lontane avventure, Dedalus dà la stura ad altri ricordi, ai trois souvenirs del titolo originale, che sono – oltre a quello del viaggio in Unione Sovietica e dell’enigma del passaporto – quelli infantili a Roubaix (la difficile convivenza con una madre pazza e poi suicida, il rapporto con un amatissimo padre scialbo, depresso e sfibrato dalla condizione familiare e con i due fratellini frastornati dal pesante contesto) e – soprattutto – quelli adolescenziali a Parigi incentrati sul suo amore ingarbugliato per Esther.

Due sono le cose che rendono singolare questo film: la struttura complessa, e un po’ aggrovigliata, e l’altrettanto ingarbugliata storia d’amore adolescenziale.
La narrazione si sviluppa in tre flashback estremamente diversi fra loro per stile e per durata: la storia infantile è breve e densa, cupa come un incubo o un delirio, quasi linchiana; la spy-story sovietica è fredda (appunto) e tesa, rapida al punto da lasciare insoddisfatti; il racconto del primo amore, quello che non si scorda mai (e che non si sposa mai) dilaga prepotente e preponderante.

Il giovane Dedalus incontra una giovanissima Esther, se ne innamora e innesca i suoi goffi tentativi di conquista (Lui: “Non posso trattenermi di mangiarti con gli occhi”. Lei: “Si, faccio questo effetto ai ragazzi”).
Lei è inquieta e impertinente, appassionata e volubile, inabbordabile e vulnerabile, fragile e micidiale, facile e complicata.  
Lui è un po’ impacciato ma originale nella sua disarmante insicurezza:  goffo, confuso, ingarbugliato (come suggerisce il nome Dedalus), incapace di orientarsi nei labirinti di emozioni contrastanti e di uscire dai grovigli di una passione che lo intrappola. Sfrontato quel tanto che serve a camuffare il suo profondo smarrimento che lo inibisce; incantatore con le parole e maestro nel recitare un’esuberanza che non gli appartiene. Capace di assecondare le pulsioni più naturali ma attento a mantenersi legato alla realtà con l’autoironia venata di scanzonato scetticismo; imbragato all’istintiva diffidenza (da disistima?) come a una corda di sicurezza che gli eviti cadute disastrose dovute alle delusioni; cauto negli approcci e prudente nell’esprimere troppo calorosamente i sentimenti (se non altro per salvarsi dal cataclisma di delusioni o tradimenti). Parla molto per vincere la paura e scrive lettere infinite per dichiarare a Esther (e decifrare per sé) l’intensità e la tortuosità dei suoi sentimenti. Come il Dedalus di Joyce, il nostro si racconta per capire, descrive i movimenti dell’anima in un flusso di coscienza quasi spietato, sincero con se stesso a costo di perdersi, sincero con Esther a costo di perderla.
E alla fine - povero Paul - perde davvero la sua Esther (alla quale aveva sussurrato un giorno: “se esisti vuol dire che non sono intrappolato in un sogno”); la perde anche per scelte sue, senza traumi. Ma a distanza di anni urla la sua collera in faccia ad un amico, responsabile solo in parte della rottura. Mentre le emozioni interrotte e la rabbia dei ricordi – rabbia sempre repressa, mai espressa – lo sommergono, grida il suo inalterato amore per Esther (“un amore intatto, un rimpianto intatto, il furore intatto”). E l’urlo rivolto all’amico sbigottito è anche indirizzato a sé, carico dell’irritazione che lo invade di fronte alla certezza di aver fallito.
L’ira furibonda di Dedalus ci colpisce nel profondo: ci commuove perché tutti coviamo il rimpianto per un amore finito; ci devasta perché ognuno di noi sa che quel rimpianto è avvelenato della consapevolezza della nostra inadeguatezza, dalla coscienza lucida di aver rabberciato un’esistenza incompiuta.








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