venerdì 2 dicembre 2016

Io, Daniel Blake, di Ken Loach (2016)


Ken Loach ci racconta per l’ennesima volta una storia già sentita.  
L’ottantenne regista inglese, carico più che mai di quell’impegno civile che conosciamo, torna prevedibile a insistere nelle sue denunce sociali.
Ma qui, in questo ultimo film, incontriamo un insolito Loach nel quale la solidarietà per gli emarginati si esprime con traboccante pietà e la deplorazione per la politica classista e per la burocrazia ottusa (quella che sgretola l’individuo invece di essergli utile) è intrisa di un pessimismo amaro che sconfina nella disperazione.
Cerchiamo di capire la ragione di questa nuova “deriva” emotiva.

La trama del film è semplice.
Daniel Blake (Dave Johns), carpentiere sessantenne di Newcastle, ha avuto un infarto. I medici gli vietano di lavorare. Avendone diritto, chiede l’indennità di malattia o il sussidio di disoccupazione. Ma per ottenerlo deve spedire telematicamente la domanda (compilando on line una serie infinita di moduli) e poi sottoporsi a colloqui, test, attese negli uffici di collocamento. Si scontra col muro molle della burocrazia fatto di pratiche, code, procedure, rinvii, incomprensioni, assurdità kafkiane (deve, per esempio, dimostrare di essere in cerca di un lavoro, perché se non lo cerca incappa in sanzioni severissime; ma se lo cerca e lo ottiene deve rifiutarlo per motivi di salute …).
Nella sua guerra contro le istituzioni (la cui ottusità è ben resa dall’insensibilità dei travet che incontra e dall’impermeabilità dei call center) conosce casualmente un’altra emarginata: la giovane Katie (Hayley Squires), disoccupata con due figli da crescere. I servizi sociali l’hanno allontanata da Londra chiudendo l’ostello in cui era accolta e l’hanno trapiantata a Newcastle assegnandole un alloggio squinternato e un modesto sussidio che non basta per sistemare l’appartamento, rifornirsi del necessario e mantenere i figli. Daniel, avendo tempo (ed empatia), si prende cura di lei (fa piccole riparazioni, tiene i bambini per consentirle di cercare lavoro, …); e lo fa senza secondi fini, spinto dalla propensione alla solidarietà che a lui viene negata.

Loach racconta lucidamente, senza troppe spiegazioni (del resto inutili), il muoversi impotente dei due personaggi nel loro istintivo bisogno di non rassegnarsi, di difendere la propria dignità, di districarsi, di aiutarsi, di raccontarsi, di vivere.
Alcuni passaggi, freddi e asettici, sono talmente gravidi di senso da sbalordire: vedi i dialoghi sui titoli di testa, senza il supporto delle immagini, con voci fuori campo; o le scene amorfe accompagnate dal sottofondo esasperante della musichetta di attesa del call center (un Vivaldi insopportabile nella sua allegra cinica indifferenza) che Daniel è costretto a sopportare per non perdere la priorità (la priorità) acquisita.
Ma dai fatti, dalla cronaca asciutta, come dicevamo, trasuda potente la commozione. 
La narrazione è infatti puntellata da sequenze ricorrenti che attanagliano la gola e riempiono il buio della sala di una commozione quasi solida: vedi l’episodio in cui Katie, sfinita dalla fame, apre di nascosto una lattina che le hanno appena regalato alla banca del cibo e divora sui due piedi i fagioli, sbrodolandosi tutta e poi – ecco – piange per la vergogna; o la scena in cui la sua bambina bussa alla porta di Daniel (che in un momento di sconforto sta per cedere e non vuole aprire) e insiste, lo chiama, lo sbircia attraverso la fessura della posta, gli parla, lo convince ad aprirle (Tu hai aiutato noi: perché io non posso aiutare te?) e poi – ecco – lo abbraccia in silenzio; o quella desolante in cui Daniel scova Katie in una “casa chiusa”; o quella conclusiva in cui la donna legge il promemoria che Daniel si era preparato per la commissione ricorsi.

Questi climax che lasciano il segno caratterizzano, più che una nuova poetica, una nuova straordinaria visione politica del vecchio regista inglese, incazzato e trascinante come sempre ma struggente, efficace nel muovere qualcosa dentro, nel cuore oltre che nella testa.
L’attacco al welfare è sempre lucido. La denuncia della deriva che sta prendendo la “civiltà” occidentale è sempre feroce, ma viene ora condita con una dose inconsueta di pietas: e questo avviene non per furbizia autoriale, ricatto emotivo, artificio retorico; e nemmeno a causa di un ripiegamento sentimentale dovuto a stanchezze senili. Siamo di fronte ad una nuova fredda visione del mondo intrisa di opaco pessimismo. L’estremo appello del vecchio regista – forse un po’ disilluso, forse consapevole della deriva inarrestabile e dall’inefficacia della lotta di tutta una vita – è un urlo soffocato.
Il combattivo Loach non è diventato uno strappalacrime: indica ancora il nemico da combattere (che nel film è la disumanizzazione dei sistemi di protezione sociale, ma nella società è il neoliberismo ormai trionfante, l’abdicazione dello stato sociale a favore della società dei consumi, la negazione dei diritti fondamentali, la collocazione in secondo piano del cittadino, dell’uomo, del singolo individuo, …), ma si accorge che la solidarietà si è frantumata, si sono intorpidite le organizzazioni sindacali, è evaporato il partito dei lavoratori, è finita la lotta di classe. E il proletariato non marcia, ma si mette in coda agli sportelli del centro di assistenza o davanti al banco alimentare.
Non si può combattere contro un nemico inafferrabile e invisibile, contro un nemico che non ti guarda negli occhi, contro una forza che ha alterato subdolamente la società e ha trasformato gli uomini in anime aliene, come ne L’invasione degli ultracorpi.
Davanti a questa mutazione non resta che la resa e la compassione reciproca fra le vittime.
E infatti, nel film, l’unico soccorso alla ragazza madre abbandonata dai servizi sociali giunge da un invalido disoccupato; l’unica persona che porta aiuto al povero Daniel (con offerta di conforto, non di soccorso) è una bambina di colore che conserva negli occhi la residua compassione del mondo. E gli altri rari (e inefficaci) segni di vicinanza o solidarietà vengono da un vicino di casa di Daniel (di colore) che vive di espedienti, da una dimessa impiegata del Centro (subito redarguita dal capo), da una compassionevole volontaria dell’organizzazione no-profit, …


Il perentorio “Io, Daniel Blake” del titolo, più che affermazione orgogliosa della identità (e quindi della dignità) del protagonista contro la sopraffazione, appare un epitaffio. 

Neruda (2016) di Pablo Larraìn


Non amo i biopic, ma ho voluto vedere questo film per riconsiderare a distanza e indagare un po’ la mia antichissima infatuazione per la poesia di Pablo Neruda.
E a dir la verità ho trovato utile – come un viaggio nella memoria – la narrazione, sia pure un po’ rimaneggiata, di un momento estremamente importante della vita del poeta cileno: sapevo effettivamente poco dei suoi tredici mesi di clandestinità durante i quali, ho appreso, furono scritte le pagine più potenti del Canto general.

Il film mi è piaciuto, ma ne sono uscito con qualche indecifrata perplessità.
Mi è piaciuta la disinvoltura con cui sono presentate le contraddizioni del personaggio (interpretato da un sornione Luis Gnecco): un marxista libertino che ama la dittatura del proletariato e la vita notturna; un sovversivo che frequenta bordelli; un intellettuale narcisista che disquisisce di letteratura e ostenta con disinvolta vanità il suo corpaccione sovrappeso; un rivoluzionario eccentrico mitizzato dai minatori in sciopero e adorato dai borghesi intellettuali di Santiago; un comunista che sfida il potere sapendo di rischiare la vita ma non accetta le imposizioni dal partito sui modi di organizzare la latitanza. E nel privato, un amante tenero e sensuale che non rinuncia alle sue abitudini di puttaniere e frequenta bordelli nei quali accetta di declamare (a gentile richiesta, fino a farne una specie di parodia) una delle sue poesie più famose (sempre la stessa, Posso scrivere i versi più tristi questa notte, che da ora in poi rileggerò con qualche riluttanza).
Mi è piaciuta anche la spigliatezza che il regista dispiega nel mescolare fatti veri, biograficamente documentati, e situazioni improbabili, efficaci però nell’illustrare con estrema chiarezza le posizioni politiche e le concezioni poetiche di Neruda (vedi, ad esempio, la sequenza grottesca in cui il senatore gira di notte in auto attorno al palazzo del dittatore Videla e pesta sul clacson per disturbargli il sonno e rompergli le scatole con l’impertinenza temeraria di un monello o quell’altra scena in cui il poeta questiona di poesia con una sua ammiratrice ubriaca).
Mi è piaciuta, ancora, l’atmosfera che aleggia in tutto il film nel quale si respirano l’internazionalismo irrealizzabile e la dittatura incombente (e s’indovina quella a venire, di Pinochet), ma si assaporano anche le emozioni che scaturiscono dalla passione amorosa e dal fervore politico.
Mi è piaciuta la scelta delle inquadrature e dei movimenti e l’uso della macchina da presa (incredibile il piano-sequenza iniziale nei bagni del senato); mi sono piaciute le scelte cromatiche della fotografia, da quelle soffuse dei bordelli a quelle livide dell’epilogo;  mi ha felicemente sorpreso il montaggio surreale con dialoghi che si dipanano fluidi fra i personaggi con inattesi scarti di luogo e salti di tempo (come a significare una coerenza concettuale e una continuità emotiva nella discontinuità del trascorrere della vita).

Mi è piaciuta infine, anche se confesso di non averla capita a fondo, l’insistenza del regista sull’ambiguo rapporto che oppone e lega nello stesso tempo il poeta in clandestinità con il tormentato ispettore di polizia che lo bracca.
La fascinazione fra inseguitore e inseguito è diffusissima nel cinema: del tema se ne potrebbe fare una rassegna fittissima. Ma qui, il ping-pong che dilaga e sostanzia tutto il film appare strano, particolarmente aggrovigliato, enigmatico; la partita a rimpiattino nella quale i due antagonisti si misurano è una sofisticata e inattesa. I duellanti non si incontrano mai: il gioco del gatto col topo avviene a distanza, con Neruda-Pollicino che nella sua lunghissima fuga (durata tredici mesi e lunga centinaia di chilometri) semina libri e lascia messaggi all’inseguitore e il poliziotto che lo tallona fiutando le sue tracce quasi calamitato dal carisma del poeta (come un topo ammaliato dal Pifferaio magico).
Il regista Pablo Larraìn abbandona deliberatamente (astutamente) la (banale) ricostruzione biografica per immergerci in questo emozionante contrasto, nel quale il poliziotto in cerca di riconoscimento (delle origini, del padre, del ruolo, della fama) diventa quasi comprimario.
L’ispettore Oscar Peluchonneau (Gael garcìa Bernal), affascinato dal temerario ardimento del poeta e forse anche dalla sua solidità esistenziale o dalla sua popolarità, tallona la preda da vicino ma non l’azzanna, come se – portando a compimento la sua missione – avesse timore di svuotare di significato la propria esistenza. In certi momenti viene il sospetto che il questurino sia quasi intento a incrementare l’epicità della fuga, invece che a interromperla, forse inconsciamente desideroso di inserirsi nella scia leggendaria per dare – finalmente – un senso alla sua vita di travet.

Una scelta autoriale astrusa questa (coerente con le tormentate opere precedenti del regista, del quale ricordo Il clan, tenebroso e crudele), forse riconducibile al fatto che Larraìn vive le contraddizioni di chi trova incomprensibili le sue radici, provandone attrazione e repulsione.





Un padre, una figlia (2016) di Cristian Mongiu


Siamo in Romania. Romeo è un cinquantenne perbene, un piccolo-borghese che vive in una piccola città di provincia: è stimato da tutti, dentro e fuori dell’ospedale in cui lavora come chirurgo; ha una casa dignitosa, una bella moglie e una figlia – Eliza – obbediente e volenterosa.
Dopo aver abbandonato il paese oppresso dalla dittatura di Ceausescu, alla caduta del regime è rientrato per contribuire alla ricostruzione, ma si accorge che la fine del dispotismo non apre automaticamente le porte alla democrazia.
Il paese è sfaldato, molti problemi permangono, le ingiustizie trovano forme nuove per sopravvivere e prosperare.
Si rassegna. Continua a lavorare con senso di responsabilità, accetta lo stato delle cose, mantiene unita la famiglia (pur coltivando una relazione extraconiugale che lo conforta della routine un po’ depressa delle sue giornate), ma – da buon padre – si ritrova a proiettare tutte le sue aspettative sulla figlia diligente e remissiva, investe su di lei tutte le attenzioni, stabilisce che sarà lei a raggiungere i risultati che a lui sono stati negati. E decide che, per salvarla dalle pastoie di un paese alla deriva, dovrà mandarla, dopo il diploma, a completare gli studi in Inghilterra.

L’equilibrio sul quale ha imbastito la sua esistenza viene però interrotto prima da alcuni inspiegabili vandalismi (un sasso contro la finestra di casa, il parabrezza dell’auto fracassato; intimidazioni? vendette?), poi da un’aggressione nei confronti della ragazza, un tentativo di stupro avvenuto proprio alla vigilia dell’esame di maturità, passaggio irrinunciabile per l’ammissione al college inglese.
Il buon uomo, che ha incanalato sull’avvenire di Eliza tutte le sue energie e la sua voglia di riscatto, è spiazzato, frastornato. Deve, ad ogni costo, districarsi dall’impasse. Sa che la figlia supererà il trauma col tempo, ma sa anche che se la ragazza – confusa per lo shock – non si presenta o non supera l’esame di maturità, tutti i progetti di una vita franeranno.
È necessario fare qualcosa, qualunque cosa, subito, su tutti i fronti: da una parte occorre agire sulla ragazza, consolarla e tranquillizzarla, ma anche scuoterla dal torpore post-traumatico e spronarla a superare il dolore e la confusione; dall’altra bisogna cercare, fra amici influenti e antichi compagni in carriera, possibili escamotage che gli lascino una via d’uscita e gli permettano di risolvere il problema.

La macchina da presa resta incollata, inquadratura dopo inquadratura, al protagonista che galleggia nella desolazione di ambienti urbani squallidamente anonimi, annaspa nell’impotenza, indaga, si muove a vuoto, incontra funzionari e poliziotti, chiede favori in cambio di favori, accetta compromessi.
La tensione è sottile e pervasiva, come la polvere che aleggia nell’aria.
Il groviglio è inestricabile.
Romeo Mongiu è confuso, non sa come uscirne, non vede spiragli.
E nemmeno il regista sa trovare soluzioni: anche lui fa parte della generazione della terra di nessuno, quella che ha covato profondi rancori e nutrito grandi speranze, che ha sognato l’emancipazione e la libertà ed ha scoperto alla fine, dopo l’ubriacatura seguita alla rottura delle catene, che la gabbia più robusta non è quella costruita e imposta dai dittatori ma quella interiore degli schiavi sopraffatti dalla rassegnazione, disabituati alla libertà.
Il destino degli eterodiretti che si affrancano dall’oppressione è quello di smarrirsi, abbacinati dalla libertà o resi impotenti dal paternalismo.
Spesso sono le sorti individuali, sommate, a descrivere il destino collettivo e tracciare la storia di un paese.

La conclusione della vicenda, forzatamente ottimista, non è credibile: non convince il fatto che sia la figlia – fino a ieri remissiva al limite dell’ebetudine – a tagliare il nodo gordiano e decidere di non partire.
Il regista – inventando questo lieto fine – chiude la vicenda con una solenne dichiarazione di ottimismo: ci vuol far credere in sostanza che il gesto di Eliza condensi in sé la determinazione (sua e della sua generazione) di intraprendere il cammino verso l’autonomia ed esprima la voglia di voltare pagina (la stessa voglia che aveva indotto Romeo a fuggire dal paese oppresso da Ceausescu, la stessa voglia che lo aveva poi indotto a tornare alla fine della dittatura).

Ma noi spettatori scettici e smaliziati non crediamo alle nobili proclamazioni del regista.
Crediamo invece a quello che ci dice DURANTE tutto il film che, in realtà, è un doloroso inno ai rimpianti e alla rassegnazione, una lamentosa recriminazione, una accorata dichiarazione di pessimismo (implicita nella decisione di Romeo di far espatriare la figlia, esplicita nel suo continuo ripetersi che “non si possono cambiare le cose”).
Tutto il film descrive (in sequenze fredde come il gelo che si espande in chi agisce senza speranza) la lenta deriva personale, morale e politica di un uomo onesto che vive di menzogne, di un marito che ha smarrito la passione ma resta in famiglia per salvare le apparenze e non turbare la figlia, di un amante che vive una relazione senza calore, di un cittadino impegnato che nel passato aveva creduto nel risveglio etico della nazione ed ora è costretto a cercare raccomandazioni ripetendosi che “a volte, conta solo il risultato”.

E a proposito del gesto di Eliza, è lecito nutrire il sospetto che la ragazza decida di restare perché – paradossalmente – è disabituata a decidere. 
Paradigmatica l’inquadratura che ci mostra, per una frazione di secondo, la finestra infranta dall’ignoto vandalo che ha i vetri rattoppati, non sostituiti.




Un mercoledì di maggio (2015) di Vahid Jalilvand


L’Iran, parlando di cinema, riserva sempre delle piacevoli sorprese.
E questo film, nella sua genuinità neorealista, conferma questa premessa.
Il paese mediorientale attraversa una situazione – storica, politica, economica, culturale e di costume – molto simile a quella dell’Italia degli anni ’50, arrancando faticosamente fuori dal caos seguito alla rivoluzione komeinista e alla guerra con tutti gli squilibri che accompagnano il difficile cammino verso la democrazia e la modernità: e il cinema, proprio come quello del nostro dopoguerra, appare lo strumento più adeguato per raccontare alla “gente” la realtà, per riflettere sulle opportunità di cambiamento, per indicare direzioni e per sollecitare la ricostruzione.

La vicenda raccontata si snoda tutta attorno alla strana idea di Jalal, un buon uomo che – avendo deciso di donare diecimila dollari in beneficenza a una persona bisognosa – mette un’inserzione sul giornale per convocare i postulanti e stabilire a chi assegnare la somma. Nel giorno indicato, davanti alla sua abitazione a Teheran, si presentano migliaia di disperati e l'impreparato filantropo, oltre che mettersi nei guai con la polizia per “procurato allarme”, non sa come districarsi dalla situazione in cui si è cacciato.
Il regista (Vahid Jalilvand) usa un ingenuo espediente narrativo per lanciare una dura accusa alle inadeguatezze della politica: come molti altri registi che operano in paesi nei quali la contestazione è pericolosa e la censura è sempre in agguato, evita guai raccontando formalmente una piccola storia, dietro alla quale però emerge evidentissima la precisa denuncia contro il malessere, la miseria, la mancanza di lavoro, l’inadeguatezza dell’assistenza sanitaria, … e appare esplicita la chiamata in causa della classe dirigente del paese.
L’accusa si estende qui (temerariamente) anche alla “mentalità” retrograda che soffoca la società iraniana, pesantemente condizionata dal conservatorismo e dall’integralismo religioso. Nella folla dei postulanti, infatti, le due donne individuate come possibili beneficiarie della somma messa a disposizione si trovano in difficoltà a causa dell’ottuso maschilismo dei loro familiari: Leila, che anni prima era stata promessa sposa di Jalal, ha bisogno dei soldi (dollari, non rial) per pagare le cure del marito  (interpretato dal regista stesso) che però, pur essendo in condizioni gravissime, rifiuta l’aiuto per  gelosia e malcelato orgoglio; l’altra donna, Setareh, ha bisogno della somma per far uscire da prigione il compagno ingiustamente detenuto col quale si è sposata segretamente perché oppressa della zia tutrice e angariata del cugino che non approva la sua relazione.  
Appare come confortante segno di apertura (o comunque un cedimento della protervia retorica di un regime teocratico) il fatto che sia consentito a un regista iraniano di raccontare una storia in cui solo l'inverosimile miracolo di un improbabile benefattore possa risolvere i drammi di due povere donne.
Il peso allegorico e il valore politico della vicenda sono fondamentali, mentre appare secondaria la qualità intrinseca del film che, comunque ottima, presenta qualche ingenuità e alcune debolezze di sceneggiatura (la scelta, per esempio, di premiare - troppo metaforicamente - la giovane ribelle incinta a scapito del moribondo marito della ex-fidanzata).