lunedì 30 novembre 2009

Terra promessa

Rallento. Mi fermo.
Non vale inseguire fluide speranze
e instabili illusioni.
Non vale fuggire angosce abbarbicate
e stabili tensioni.
E' questa la terra promessa.

SESSANTOTTO E DINTORNI (17): autostop

In quegli anni fare l’autostop era estremamente facile: se si era poi in compagnia di una ragazza, si poteva star certi di avere un passaggio da ogni macchina in transito.
Viaggiando in autostop si facevano incontri veramente interessanti: la tipologia degli automobilisti disposti a dare passaggi era più variegata di quanto si potesse immaginare: si fermavano i vecchi per avere compagnia, i giovani per solidarietà generazionale, le donne mature per istinto di maternità, quelle giovani per curiosità; si fermava il viaggiatore abituale per istinto, il sedentario per invidia, il commerciante per naturale simpatia, il prete per carità, il camionista per impulso naturale, il professore per insopprimibile istinto professionale.
Ho ricevuto passaggi da trasportatori di suini e da famiglie in vacanza, da motociclisti folli e da militari, da suore e da commessi viaggiatori, da coppie litigiose e da vecchi aristocratici.

Una volta fui caricato da un distintissimo signore che aveva una splendida Citrôen DS, la meravigliosa “deesse”, dal muso affusolato; quella che nel fermarsi si afflosciava e nell’avviarsi si sollevava come se volesse misurare la strada prima di balzare in avanti e decollare. L’interno della macchina era interamente foderato di pelle di leopardo, il cruscotto era di pregiatissima radica, i comandi erano lucidissimi. Il vecchio automobilista indossava un completo di flanella principe di Galles dalle tonalità ocra e tabacco, calzoni alla zuava, calzettoni color caffè, scarpe gialle all’inglese, giacca corta sportiva e bordata in pelle, guanti in pelle bicolore, traforati con le dita scoperte, dolcevita dal collo alto color panna, occhiali d’oro; aveva dei baffetti perfettamente curati e le basette brizzolate spuntavano fuori da una berretta di lino grezzo, con la visiera breve e la calotta traforata.
Il “nobiluomo” si informò sulla mia destinazione, mi comunicò in un francese ben scandito e con limpidissima pronuncia, diverso da quello frenetico e incomprensibile dei parigini, che non avrebbe potuto accompagnarci per un lungo tratto, essendo ormai vicino alla sua residenza. Poi, nel breve tragitto, mi fece alcune domande informandosi soprattutto dei miei studi, si complimentò col mio francese che, annotò compiaciuto, era un francese un po’ demodè, antiquato, quasi ottocentesco e quasi perfetto.
Ad un certo punto rallentò, mi disse che era arrivato, si fermò, mi salutò con aperta simpatia e mi fece scendere; fece poi una larga e lenta inversione, ripassandomi davanti mi salutò di nuovo portandosi la mano alla visiera senza girare la testa, impettito e altero come la sua maestosa vettura.
Mi ritrovai alla fine di un lungo viale, all’ombra di un immenso platano, in un punto in cui le macchine in transito erano costrette a rallentare e ogni automobilista mi poteva vedere da lontano: una postazione perfetta per attendere un altro passaggio...

martedì 24 novembre 2009

Trasloco

Dopo una svolta viene naturale progettare traslochi e spostamenti.
Il dubbio che rimane è se convenga scegliere con cura e caricare le cose amate e buttare quello che negli anni ho inutilmente affastellato o se sia meglio, invece, rimorchiare con me tutto il ciarpame e trascinare in discarica il mio cuore.

lunedì 23 novembre 2009

SESSANTOTTO E DINTORNI (16): le regole dell'autostop

Il rituale dell’autostoppista perfetto era immutabile e le regole per viaggiare senza problemi erano codificate. Quell’anno, per divertimento, stilai delle norme di comportamento dell’autostoppista: un breve galateo che intendevo far tradurre in diverse lingue, per farne omaggio ai compagni di avventura.
Le prescrizioni, distillato di intuito psicologico, esperienza e scambi culturali transnazionali, erano le seguenti:

1. L’abbigliamento dell’autostoppista deve essere in ordine e l’igiene particolarmente curata, per superare il primo impatto visivo: non sono consentite scarpe sporche, vestiti trasandati, aspetto trascurato, sudore, polvere, bagagli trasbordanti, bastoni, cartocci alimentari in vista, bottiglie in mano,…;
2. il pollice “recto” deve essere mostrato senza titubanza, col braccio ben teso; non è necessario agitare la mano;
3. lo sguardo deve essere tranquillo e fisso sugli occhi dell’automobilista in arrivo che deve sentirsi direttamente “puntato” e personalmente interpellato;
4. l’espressione del viso deve essere bonariamente serena, in modo da far superare la diffidenza e nello stesso tempo far capire che il passaggio richiesto non è dovuto ad una sgradevole emergenza;
5. se l’automobilista in arrivo accenna a rallentare è necessario elargirgli un sorriso più vistoso, per esprimere approvazione e mostrare riconoscenza;
6. prima di salire in macchina è bene ringraziare per la gentilezza e salutare;
7. è poi consigliabile scuotere la polvere dalle scarpe, con lo stesso gesto di riguardo che si usa prima di entrare in casa d’altri;
8. può essere segno di garbo fare il tentativo di accomodarsi sui sedili posteriori per non apparire invadenti, anche se poi in concreto nessun automobilista accetta di avere uno sconosciuto alle spalle;
9. se l’automobilista non dispone diversamente, è buona norma tenersi borse e zaini sulle ginocchia o sotto il sedile accanto ai piedi, per non sciupare i sedili ma anche per esprimere la temporaneità dell’intrusione e la transitorietà della sistemazione;
10. le portiere vanno chiuse con delicatezza per comunicare un senso di rispetto nei confronti della proprietà altrui;
11. la prima informazione da dare all’autista deve riguardare, a scanso di equivoci, la destinazione finale del proprio viaggio, per consentirgli di valutare il tratto da percorrere insieme;
12. bisogna presentarsi dicendo nell’ordine nome, cognome, nazionalità, motivo del soggiorno, scopo del viaggio;
13. è assolutamente proibito togliersi le scarpe una volta accomodati, e bisogna evitare anche di liberarsi da maglie, giubbini o altri indumenti, per non dare l’impressione di una presa di possesso dell’abitacolo;
14. per la stessa ragione non ci si deve sdraiare, non bisognava occupare due posti, è sconveniente appoggiare la nuca allo schienale o al poggiatesta;
15. è assolutamente disdicevole soffiarsi il naso, grattarsi, sbadigliare;
16. è inopportuno spostare i sedili o modificarne l’inclinazione, abbassare i finestrini, toccare oggetti collocati sul sedile;
17. se sul cruscotto sono esibite in bella mostra le foto di figli o mogli, non è necessario esprimere valutazioni che apparirebbero inevitabilmente frutto di piaggeria e quindi fastidiose o imbarazzanti;
18. è disdicevole leggere i giornali dell’ospite o leggere libi propri, consultare guide, prendere appunti, ... estraniandosi e ignorando il dovere di intrattenersi con l’autista;
19. bisogna lodare le bellezze del luogo solo se lo richiede la conversazione e assentire con discrezione alle lodi rivolte alle bellezze dell’Italia;
20. è cortese interessarsi con educata cautela della professione o ascoltare le confidenze dell’occasionale compagno di viaggio, ma non è opportuno dilungarsi troppo o con eccessiva enfasi nel riferire di sé;
21. non si deve assolutamente cedere alla tentazione di snocciolare la propria biografia;
22. non è opportuno guidare la conversazione, cambiare argomento, mostrare eccessiva curiosità, fare domande indiscrete o esageratamente compiacenti, esprimere opinioni con troppa energia, emettere valutazioni drastiche, confutare opinioni espresse, contraddire, far trapelare disapprovazione,… ;
23. è disdicevole raccontare barzellette, anche se l’ospite ci fa partecipi di tutto il suo repertorio;
24. nel caso in cui sulla macchina ci dovessero essere altre persone è necessario fare in modo che la conversazione sia partecipata e circolare, non bisogna interrompere, prevaricare nel dialogo, intromettersi; …
......

sabato 21 novembre 2009

martedì 17 novembre 2009

Senza titolo

Non è molto da invidiare
l’esistenza che ha subito
chi desidera arrivare
non essendo mai partito.

lunedì 16 novembre 2009

Fiume

Sto a vedere quel che fa il fiume,
quando il fiume non fa nulla.
(Pessoa)

SBUROCRATIZZAZIONE

LA STORIA CI INSEGNA CHE DALLA STORIA NON IMPARIAMO NIENTE. 4

"Noi siamo il partito dei produttori, il partito che distingue gli italiani che lavorano dagli italiani che non vogliono lavorare.
Che cosa vogliamo in sintesi?
Vogliamo che la metà del paese la smetta di vivere alle spalle della affaticata popolazione attiva.
Vogliamo la sburocratizzazione della politica, la sburocratizzazione della burocrazia...
"
Si tratta di uno dei soliti sfoghi di Brunetta?
No: le parole sono di Mussolini.
Scritte nell'ottobre del '22, qualche giorni prima della marcia su Roma.

venerdì 13 novembre 2009

SESSANTOTTO E DINTORNI (15): i miti

I miti dei nostri fratelli maggiori erano l’America e la Russia.
L’America aveva liberato l’Italia dal fascismo e dai tedeschi, ma – soprattutto – ci aveva portato la sua ariosa letteratura, il cinema, i fumetti, la musica nuova, la televisione, la plastica, il popcorn e la gomma da masticare.
La Russia era il paese in cui si andava realizzando il sogno del comunismo, del collettivismo egualitario, del riscatto dalla povertà, della giustizia interclassista, dello stato etico, del potere al popolo.
Ma la Russia che voleva liberare tutti gli oppressi della terra si rivelò incapace di liberare se stessa e divenne un impero grigio e monolitico, infelice e tetro, primitivo e atroce, impermeabile e minaccioso.
E l’America, che pretendeva di esportare in tutti i paesi i suoi principi di libertà, si rivelò presto capace solo di divorare e conquistare, di opprimere i movimenti di liberazione che non contemplavano l’accettazione della sua interessata alleanza: dispiegò una politica militarista di sopraffazione, appoggiò i più feroci regimi dittatoriali (dalla Grecia all’America Latina, all’Africa, al Vietnam), finanziò movimenti e partiti politici conservatori o palesemente fascisti, soffocò e aiutò la repressione delle lotte di liberazione nel terzo mondo, difese con ogni mezzo illecito il modello di sviluppo capitalistico che prevedeva il brutale sfruttamento dei paesi poveri, si oppose senza esclusione di colpi (ricorrendo anche ad assassini politici) alla emancipazione delle ex-colonie..

Per queste ragioni noi eravamo antisovietici e antiamericani. Orfani. Antisovietici rancorosi perché comunisti traditi dal paese fratello. Antiamericani livorosi perché l’America era responsabile della grave involuzione dei valori della rivoluzione francese di cui tutti, compresi i comunisti, ci sentivamo figli.
Ammiravamo i piccoli e tenaci vietnamiti che combattevano contro i giovanottoni ben pasciuti e viziati, resistevano abbarbicati nelle loro foreste bruciate dal napalm, infognati nelle loro catacombe (rifugi sotterranei con camminamenti, ospedali, depositi di armi), lottavano con fucili antiquati contro elicotteri, e tendevano agguati con trappole di bambù, si infiltravano per morire uccidendo gli invasori, pativano stenti e fame mentre i cow-boys americani venivano riforniti di tutto, perfino dell’eroina necessaria per vincere la nausea che li assaliva quando partivano in missione per massacrare donne e bambini.

SESSANTOTTO E DINTORNI (14): la contestazione globale

La necessità di contrapporsi a prescindere nei confronti di chi esercitava il potere in nome di un’autorità spesso immeritata divenne per noi una fissa esasperata e qualche volta un po’ esasperante.
I genitori che comandavano grazie ad un principio d’ordine atavico e codificato anche dalla religione (onora il padre e la madre) dovevano essere disobbediti: ma io mi trovavo in difficoltà a disobbedire a genitori non autoritari che si fidavano di me e che mi insegnavano con l’esempio concreto e non con petulanti verbalismi a vivere onestamente e a improntare i comportamenti a saldi principi etici.
La scuola doveva essere contestata radicalmente e totalmente, le sue regole dovevano essere trasgredite, i riti erano da rifiutare, le attese degli insegnanti andavano disattese, nulla e nessuno andava salvato: diventava quasi un obbligo reprimere i moti di affetto per il professore simpatico e nascondere la stima per l’insegnante che sapeva meritarsela.
Alcuni nostri capetti, quelli che emergevano, erano spesso i più radicali e ottusi: predicavano e praticavano la disobbedienza, sobillavano la massa invitando tutti a sbeffeggiare i padri naturali e spirituali, guidavano la rivolta contro le autorità, … e non coglievano la contraddizione implicita che vive chi si mette a capo di un movimento che vuol decapitare i capi!
Qualche volta mi divertivo a stuzzicare l’arroganza dei nostri Masaniello rilevando queste incoerenze. Se, per esempio, il nostro agente di Pechino indiceva un’assemblea e partiva con i suoi anatemi contro il potere, non resistevo alla tentazione di alzare la mano educatamente e di aspettare che mi desse la parola (“Prende la parola il compagno studente”) per dire:
“Tu contesti globalmente il nostro sistema scolastico affermando che educa alla subalternità. Sono d’accordo con te. Ma non ti pare di mettere in atto lo stesso depravato meccanismo nel momento in cui (evitavo accuratamente di dire “nella misura in cui”) ti metti in cattedra, presiedi, moderi, dai e togli la parola, parli quanto ti pare, ammaestri, chiami l’applauso, lanci slogan, catechizzi, indottrini, inculchi,…?”
L’allocco abboccava, si indignava, perdeva il controllo di sé e articolava una risposta categorica, assertoria, spesso accompagnata da stigmatizzazioni offensiva (“reazionario, revisionista, riformista, deviazionista, menscevico, fascista, democristiano,…”).
La folla applaudiva. Io avevo buon gioco nello sfidare la canea affermando, a voce bassa: “Voi siete contro tutte le istituzioni repressive – la chiesa, l’esercito, la scuola, la famiglia, la polizia, la magistratura, i manicomi, … – ma se qualcuno ha qualcosa da obiettare, scatta l’anatema, parte l’accusa di eresia, preparate il rogo, cacciate l’obiettore a calci nel culo! Voi siete gli inquisitori, voi i sanguinari sanculotti, voi i fascisti!”.
E restavo, a dispetto di tutti.
Ero un anarcoide che usava il sarcasmo al posto delle bombe, la parola caustica al posto dei pugnali, l’ironia al posto del livore. Come tale non potevo essere amato da chi si prendeva troppo sul serio, da chi coltivava la supponenza e ignorava la misura, da chi usava la tracotanza per combattere la prepotenza, da chi non sapeva ridere di sé e sorridere agli altri.

martedì 10 novembre 2009

RECENSIONE (2) : L'isola dei sette fetori.

“Una mattina Ferdinando venne svegliato dallo stridio acuto di uno stormo di gabbiani, dalla luce del sole e da un fetore insopportabile. Aprì gli occhi e - col suo bel pigiama verde decorato di timoni, ancore e bussole - si ritrovò rannicchiato in un copertone da camion sotto uno splendido cielo azzurro attraversato dal volo confuso di nere sagome di uccelli. Davanti a lui quattro sacchi neri di plastica brulicavano di topi indaffarati ed indifferenti”.
Questo è il prologo dello straordinario ultimo libro di R.A. - L'isola dei sette fetori - che ci immerge immediatamente in un atmosfera dalla quale è difficile distaccarsi (e, di conseguenza, ci incolla irresistibilmente alle pagine del libro …).

Il romanzo racconta le mirabolanti vicissitudini di Ferdinando, ventenne fornaio in cerca di occupazione, che si risveglia su un’isola sperduta interamente costituita da una montagna di rifiuti solidi urbani immersa in un mare putrido ed immobile.
Lo sbigottimento iniziale si affievolisce subito, soverchiato dalla impellente necessità di sopravvivere e dal bisogno urgente di escogitare espedienti per sfangare la giornata, trovare cibo, organizzarsi un riparo…
Lo schema narrativo ricalca le avventure di Robinson Crusoe: allo sgomento iniziale, qui come nel racconto di Defoe, segue la ricerca dell’adattamento per la sopravvivenza, l’esplorazione dell’isola, la predisposizione di un luogo adatto per costruirsi un rifugio, il reperimento di oggetti utili,... Il gioco dei parallelismi fra questo modello e quello originale è stimolante, ma più interessanti appaiono le inevitabili diversità rispetto all’archetipo date dalle inconsuete condizioni e dall’anomala scenografia, dalle dissomiglianze fra le epoche storiche e la cultura dei due naufraghi, dalle differenti esigenze prioritarie, dal diseguale spirito di adattamento, dalle dissimili capacità di risposta alla condizione di emergenza, dalla distanza che separa i due protagonisti per quanto concerne le conoscenze tecniche e le abilità manuali, la creatività, il livello di sopportazione della solitudine, l’equilibrio mentale, …
Anche Ferdinando, come Robinson - ma non negli stessi termini - si pone il problema dell’essere, del mondo, di Dio, dell’anima e dell’eternità. Anche Ferdinando elabora progetti di fuga. Anche Ferdinando si lascia cogliere dalla disperazione e coltiva pensieri di morte. Anche Ferdinando infine, grazie a questa esperienza da anacoreta, modifica nella solitudine la sua personalità e cambia radicalmente la sua veltanschauung.

Il finale, che non possiamo rivelare, è assolutamente imprevedibile e sorprendente.
Un dubbio inquietante, alimentato da impercettibili messaggi dell’autore, accompagna la lettura di questo piccolo capolavoro: scorrendo le pagine si fa strada in noi il sottile sospetto - non imprevedibile - che, in un ribaltamento grottesco della realtà, l’isola dei sette fetori sia la il mondo in cui viviamo e che la patria a cui aspirava Ferdinando sia una sperduta isola al largo delle coste sudamericane.

1950 (4): La messa dei defunti

Alcune mattine venivo trascinato in chiesa da un amico, arruolato nella schiera dei chierichetti.
Prima della Messa si celebrava un fascinoso rito chiamato l’Ufficio dei defunti.
Ricordo confusamente la chiesa poco illuminata ed un enorme catafalco collocato al centro della navata, coperto da drappi neri bordati d’argento, circondato da pesanti candelabri.
Ricordo il fumo dell’incenso, il tremolare delle fiamme delle candele, i paramenti lugubri, gli odori di cera, di legno e di resina.
Ricordo lo splendido e terrificante canto del Dies irae e la potente voce baritonale del prete che sovrastava le cantilenanti e strascicate voci nasali delle beghine.
Ho dimenticato le formule latine delle preghiere di cui nessuno capiva il significato ma a cui noi tutti, proprio grazie alla loro indecifrabilità, attribuivamo arcani poteri taumaturgici. Ma ricordo i pensieri che accompagnavano le assonnate preghiere per i defunti: mi perdevo ad immaginare le anime evanescenti che, liberate dal purgatorio per le nostre insistenti orazioni, uscivano dalle fiamme purificatrici in quelle crude mattine d’inverno e, attraverso misteriosi percorsi sotterranei, entravano nella nostra chiesa sbucando dalla botola sotto il catafalco, si mischiavano ai pennacchi di fumo che svaporavano dal turibolo, salivano a frotte verso i lampadari spenti, lambivano i finti marmi delle lesene e dei cornicioni, stagnavano sotto gli affreschi della volta indugiando ad ascoltare le ultime litanie e poi uscivano nell’aria gelida per dirigersi verso il cielo.
I pensieri galleggiavano liberi sulle onde delle nenie liturgiche e fluttuavano leggeri sulle ombre tremolanti.
Coltivavo fantasie eterogenee.
Qualche volta mi perdevo a pensare dove potessero essere le anime dei miei sconosciuti defunti: quella di una nonna di cui avevo sentito celebrare le virtù (“scomparsa lasciando una numerosa famiglia che tristi la rimpiangono”), quella di uno zio alcolizzato, “reciso” nel fiore degli anni, quella di una sorellina senza nome, nata morta e sepolta in un angolo del cimitero disseminato di sagome di angioletti ritagliate in povera lamiera.
Una volta l’anno la cerimonia mattutina era commissionata dai miei in suffragio dei defunti della famiglia e vedeva la straordinaria partecipazione di tutti i miei parenti: da dietro il bastone di una croce o attraverso il fumo del turibolo li sbirciavo fiero del mio ruolo, incuriosito dell’inconsueto assembramento e del loro solenne portamento, stupito della loro immobile e sonnolenta gravità.
In una di quelle occasioni, la mia fede subì una prima incrinatura in quanto mi trovai a pensare alla imperscrutabilità scontrosa ed un po’ sadica di un Padreterno che assorbiva impenetrabile e muto le nostre orazioni e ci faceva congelare i piedi e sprecare il fiato in estenuanti suppliche per chiedere la liberazione delle anime dei nostri nonni che avrebbero potuto essere, solo Lui lo poteva sapere, forse inchiodate senza remissione all’inferno o forse beate in paradiso, purgate e redente da precedenti devozioni.

1954 - LA SCUOLA (3) : leggere e scrivere e far di conto

Ogni mattina ci presentavamo a scuola coi nostri grembiuli freschi di bucato, i colletti bianchi, il numero romano della classe ricamato sul taschino, le scarpe nettate quanto era possibile, le guance arrossate per la strigliata energica a base di sapone da bucato e acqua fredda imposta dalle mamme, i capelli districati e pettinati, le mani quasi presentabili.
Ogni pomeriggio uscivamo dal cancello della scuola come da una zuffa, coi grembiuli sbottonati e stazzonati, i colletti di traverso, le scarpe impolverate, le guance arrossate per l’affanno delle corse, i capelli arruffati, le mani chiazzate d’inchiostro.

Nella cartella di cartone pressato si portavano a scuola uno o due libri, pochi quaderni, un astuccio di legno con scomparti per una cannuccia, due o tre pennini, una matita, un temperamatite, una gomma bicolore.
L’astuccio aveva il coperchio a scorrimento che serviva come righello.
Fra gli articoli di cancelleria obbligatori vi era anche una scatola di matite colorate: i poveri l’avevano semplice, con sei pastelli; i benestanti l’avevano doppia, con dodici pastelli e indefinibili gradazioni di colore. Sulla scatola era stampato – in colori pastello – un Giotto fanciullo vestito da pecoraio che ritraeva il suo agnello su una pietra liscia usando un tizzone di carbone, per ricordare a noi pasticcioni inguaribili che la capacità di disegnare è innata e che l’educazione artistica non serve a nulla; come a nulla serve la musica se si è stonati, a nulla la poesia se non si è di animo gentile, a nulla la scuola per quelli destinati alla zappa.
Nonostante ciò i maestri si sfiancavano per sgrossare le nostre menti e per cercare nella massa amorfa o ribelle le rare perle che avrebbero compensato col successo scolastico la loro fatica.

Il metodo d’insegnamento era direttivo e selettivo: il maestro faceva lezione e assegnava i compiti; chi capiva e sapeva, lavorava; chi non capiva e non sapeva, era perseguitato da ripetizioni, compiti supplementari, esercizi di copiatura estenuanti.
La memoria era l’unica dote richiesta, indispensabile per imparare le tabelline e le poesie, per conoscere le formule della geometria e i nomi delle città, delle regioni e degli stati di tutti i continenti, per ricordare le date di mille battaglie e quelle di mille paci, per sapere l’altezza dei monti e la lunghezza dei fiumi.
I libri, di lettura o sussidiari, erano illustrati con disegni dai colori tenui e acquerellati ed erano zeppi di considerazioni ispirate al motto “Dio, Patria e Famiglia”.
Veniva incoraggiata la competizione che disgregava le relazioni in classe favorendo alleanze classiste; l’aula rispecchiava il paese con le sue quasi immote gerarchie.
I migliori erano esaltati, i reietti erano reietti, ai mediocri si prospettava la scelta fra il paradiso degli eletti e la palude dei rifiuti.
Anche per questo motivo nasceva proprio nella scuola la voglia di riscatto di chi, appartenente alla umile classe dei contadini, degli operai o dei piccoli artigiani, maturava la convinzione e la consapevolezza di valere di più dell’imbranato figlio del farmacista.

1954 - LA SCUOLA (2) : il dettato

L’inchiostro era conservato in un bottiglione sempre imbrattato, chiuso a chiave nell’armadio: solo il maestro aveva il potere, esclusivo e assoluto, di ordinarne la parsimoniosa distribuzione.
Ogni mattina il bidello ne versava una misurata quantità in tutti i calamai; ogni pomeriggio l’inchiostro avanzato veniva recuperato e riversato nel bottiglione, per evitare che seccasse in fondo ai calamai o che si depositasse in feccia melmosa e inservibile.
Nel giorno del “dettato”, che era fisso nel rigido orario settimanale delle lezioni, la dose di inchiostro veniva raddoppiata e la si consumava tutta nell’interminabile esercizio di lenta scrittura, incerta nel tratto, titubante nell’ortografia, irregolare nella dimensione, incostante nella inclinazione.

Le parole lunghe iniziavano con lettere robuste, piene e nere come la pece per il pennino appena inzuppato, e impallidivano gradualmente col defluire dell’inchiostro per terminare in un graffio quasi invisibile.
I pennini – a forma di foglia panciuta, di torre antonelliana, di manina con l’indice puntato – spesso ci tradivano: divaricavano improvvisamente le punte tracciando sottilissime rotaie, incespicavano su impercettibili ostacoli schizzando nuvole di minutissime macchie, raccoglievano e trascinavano invisibili peluzzi disegnando fettucce sinuose, scaricavano a tradimento la loro provvista in un’unica macchia piena, lucida, irrecuperabile.
I più diligenti fra noi portavano nell’astuccio una pezzuola grigia con la quale nettavano il pennino.
La carta assorbente, in fogli sbrindellati o in rotoli impiegatizi, faceva parte della dotazione obbligatoria, ma il suo uso richiedeva abilità non comuni. Nonostante la maneggiassimo con tutte le cautele, sotto la minacciosa sorveglianza del maestro, ci riservava sempre una sorpresa: spiattellava i tratti generosi di inchiostro trasformando le effe in artritiche farfalle; riempiva le pance delle pi e i deretani delle di; timbrava precedenti asciugature su fogli candidi; dimenticava
qualche invisibile segno fresco per regalarlo alle nostre maniche sdrucite.
Ogni pagina era la storia di una faticosa e impari guerra fra l’armonia desiderata e gli imprevedibili inciampi del destino.

lunedì 9 novembre 2009

RECENSIONE (1) : Frammenti di assoluta felicità.


Ho appena finito di leggere Frammenti di assoluta felicità, di R.A.
Il libretto, di cento pagine, mi sembra degno di segnalazione.
L'autore nella premessa precisa di non essersi ispirato a Bufalino che, in Le menzogne della notte, crea un personaggio che propone un gioco un po' decameronico a quattro condannati a morte dicendo loro: “Ognuno racconti per sé. Per esempio, quando e come, in un discrimine della sua esistenza, sia stato per avventura, o si sia creduto, o altri l'abbia creduto felice ... ” ma si dichiara invece debitore di Calvino (Se un viaggiatore...) e di Manganelli (Centurie), invitando l'improbabile lettore a leggere le opere citate.

Il libro non ha trama ma presenta cento testimonianze di cento persone che raccontano un istante della loro vita nel quale si sono sentite assolutamente felici.
L’autore, con una ricerca che immaginiamo estenuante, riferisce di aver costruito il libro intervistando più di tremila soggetti e chiedendo ad ognuno di scorrere "velocemente" con la memoria il passato per individuare e riferire un momento nel quale si sono sentiti "totalmente impregnati di una sensazione di gioia pura".
Il prembolo rivela due aspetti sconcertanti.
Il primo - singolare - è dato dal fatto che per trovare cento frammenti di felicità sia stato necessario setacciare una montagna così imponente di scorie: l’autore racconta lo smarrimento di centinaia di intervistati che, dopo aver affannosamente frugato nella memoria, non hanno saputo trovare un momento di completa e piena felicità; e ben descrive la desolazione di chi, di fronte alla sua semplice domanda, si è trovato con sconfortante sorpresa a fare un avvilito bilancio e a prendere atto di un irrimediabile fallimento.
Un secondo aspetto - sorprendente - è dato dal fatto che tutti gli intervistati (quelli che sono stati in grado di ricordare il momento più felice della loro vita) riferiscono episodi marginali della loro biografia, riportano avvenimenti secondari, raccontano fatti non essenziali, incontri senza conseguenze con persone non importanti, parlano di piccoli gesti, richiamano alla mente eventi dimenticati, accadimenti senza incidenza sul futuro, rivivono vicende insignificanti, riesumano episodi banali, circostanze marginali, situazioni apparentemente insignificanti .

Un vecchio artigiano di Pavia, per esempio, afferma di aver raggiunto il picco della gioia una mattina d’estate del 1947 quando, ventenne, passeggiando in centro città, si era accucciato per allacciarsi una scarpa ed improvvisamente era stato assalito dalla incontenibile voglia di reincontrare una “radiosa” ragazza vista di sfuggita qualche giorno prima in casa di amici: alzandosi, emergendo da un lieve capogiro, si era inaspettatamente trovato di fronte il sorriso splendente di quella ragazza.
Una giovane della provincia di Taranto ricorda un piccolo maialino di plastica azzurra trovato nel cortile della scuola (quando aveva quattro o cinque anni) e segretamente conservato con gelosa felicità per una intera stagione, amico più delle amiche, intimo più della madre, caldo, tenero e dolce.
Un attore di teatro, torinese, quarantenne, ricorda come un lampo di gioia il momento in cui un pastore, che lui aveva osservato mentre intagliava spirali nella corteccia di un bastone, si era alzato dal muretto a cui era appoggiato e, in assoluto silenzio, gli aveva offerto lo splendido bastone di castagno.
Una cinquantenne imprenditrice di Grado racconta, ancora inebriata dal ricordo, un pomeriggio di aprile dei suoi sedici anni quando, sdraiata su un muretto di fronte al mare, si riscaldava al sole ascoltando ad occhi chiusi le chiacchiere dei suoi amici; ed un ragazzo del gruppo si era avvicinato e con un dito le aveva sfiorato a lungo – silenziosamente, delicatamente, quasi distrattamente – l’incavo del braccio, con ghirigori infiniti che lei aveva assaporato rabbrividendo senza aver il coraggio di aprire gli occhi.

Lo stile è conciso, essenziale, come conviene a piccole storie che devono sintetizzare in una pagina una intensa esperienza ed una "lancinante" breve emozione.
Le rapide storie attanagliano e sorprendono. Il libro si legge in un fiato.


domenica 8 novembre 2009

Level 26

Sull'onda del successo plenetario di CSI (la tricefala serie televisiva che racconta di investigatori che sarebbero in grado di trovare i fluidi di Napoleone a Waterloo), Anthony E. Truker ha presentato un libro-sito destinato a dilagare.
La novità non è costituita dalla trama, piuttosto scontata (vi si raccontano le avventure di un ferocissimo assassino seriale, sadico e introvabile quanto basta), ma dal fatto che il libro (di carta, come i libri di una volta) rimanda ad un sito in cui, dopo esserti registrato usando password suggerite dal testo, puoi trovare alcuni filmati che visualizzano la vicenda, sviluppano digressioni, aggiungono carica emotiva,...).
Accanto ai filmati - questa è la seconda novità - il sito offre spazio ad un forum nel quale la folla di lettori-fruitori, compagni di lettura e di avventura, si ritrova per scambiare tutto lo scambiabile (sensazioni, critiche, intuizioni, suggerimenti, premonizioni, divagazioni,...).
Al forum partecipano ovviamente anche gli autori (o, più probabilmente, alcuni loro collaboratori) che intervengono non solo come osservatori ma anche in un ambivalente ruolo di moderatori e provocatori.
I digilettori crescono, e non solo su www.level26.com.
Zuiker lo sa. E se li coltiva. E apre una strada. E prepara il sequel, il film e altro ancora.
Attorno a lui scoppiettano commenti, fioriscono recensioni, si sviluppano dibattiti, si accendono polemiche, a partire da quella trita e ritrita sulla scomparsa del libro.
Tutto fa brodo nella galattica brodaglia in cui siamo persi.

venerdì 6 novembre 2009

SESSANTOTTO E DINTORNI (13): polizia

La squadra politica conosceva parecchi di noi. Alcuni, i capi e i casinisti, erano sicuramente schedati. Ma si favoleggiava che fossimo schedati tutti, anche quelli che, eversori emergenti, erano semplicemente passati per la facoltà occupata: eravamo convinti che in uno scantinato di via Musei ci fosse un classificatore con le nostre cartellette di cartoncino sulle quali, con rotonda grafia, era segnato il nostro nome, cognome, luogo e data di nascita, residenza; e che dentro, su foglietti ordinati, fossero conservate altre informazioni utili: il mestiere dei genitori, l’orientamento politico della famiglia, il credo religioso, l’appartenenza sindacale; lì venivano registrate con accurata meticolosità la nostra adesione alle manifestazioni, la partecipazione ad occupazioni, il ruolo da noi assunto nei cortei, il comportamento tenuto nei sit-in.
La polizia ci teneva d’occhio. Fischiettando le musiche di Theodorakis ci sentivamo un po’ tutti dei Panagulis.
Ma anche noi tenevamo d’occhio la polizia…
… Un pomeriggio d’inverno (quella sera il Grande apriva la stagione lirica) bighellonavo sotto i portici con i soliti quattro amici. Da bravi scioperati facevamo le canoniche tre “vasche”, tra piazza Loggia e via Mazzini, percorrendo i portici di via X Giornate e quelli di corso Zanardelli, andata e ritorno.
In corso Zanardelli appunto, presso il cinema Centrale, ci eravamo fermati a sbirciare la programmazione delle sale cinematografiche della città (allora c’erano almeno dieci sale in centro: Centrale, Crociera, Sociale, Aquiletta, Magenta, Astra, Odeon, Eden, Moderno, …).
Davanti al Grande c’erano assembramenti variegati: capannelli di avvocati e notai, bivacchi di studenti sui gradini del teatro, famigliole provinciali assiepate davanti alle vetrine, sfaccendati eterogenei che slalomavano spintonando tutti.
Riconobbi, proprio davanti alle vetrine del cinema, un poliziotto della squadra politica: mi pareva impegnato a studiare i passanti facendo finta di essere impegnato a chiacchierare con due tipi che, dall’abbigliamento trasandato in contrasto con le scarpe lucidate con zelo militare, si rivelavano bellamente come dei questurini in servizio permanente effettivo.
”Quelli sono della pula, … passaparola. Venite con me che gli facciamo uno scherzo” dissi a Luigi.
Ci muovemmo nella loro direzione.
Dietro di me Luigi avvertiva il gruppetto.
Non ci fu bisogno di concordare il copione.
Avevamo appena finito di scambiarci notizie ed opinioni sul lancio di uova marce che i compagni di Milano avevano organizzato per boicottare la prima della Scala, contestare la manifestazione mondana e l’ostentazione della ricchezza, stigmatizzare l’esibizione del decoro borghese e sottolineare la sfrontata insensibilità della classe capitalistica.
Giravano voci che, contro le signore impellicciate e contro le ingioiellate madame della borghesia milanese, erano stati lanciati palloncini pieni di vernice rossa, a simboleggiare il sangue dei visoni versato sull’altare della vanità: lo sfregio indelebile (si trattava di vernice a olio) segnava l’inizio di una rivolta delle vittime contro gli oppressori, l’avvio di una vendetta, il primo squillo di una rivoluzione.
Ci appostammo alle spalle del terzetto ed iniziammo la pantomima dei Carbonari.
Con una voce da cospiratori, tono basso ma volume che potesse arrivare alle orecchie tese dei questurini, chiesi agli amici se era “tutto pronto”.
- Ho preparato tutto io – disse Luigi.
- Dove avete messo la roba?
- Nella cantina di Beppe.
- Avete preparato anche i cosi?
- Gli embrioni?
- Eh, certo!
- A che ora ci troviamo?
- Alle otto!
- Non è mica meglio alle undici, per l’uscita: fa più effetto!
- No, meglio prima: boicottare è meglio che guastare; prevenire è meglio che curare!
- Viene anche Mario?
- No, Mario non può venire: suo padre lo ha castigato: è agli arresti domiciliari!
- Quanti siamo in tutto?
- Tutti, meno Mario.
- Portiamo i fazzoletti da muso?
- Meglio di si….
E via improvvisando.
Dietro di noi gli agenti in borghese stavano con le orecchie tirate: non facevano nemmeno più finta di chiacchierare tanto erano tesi, allibiti per la nostra disinvoltura, sconcertati per la nostra ingenuità, felici come topi capitati per caso in un magazzino di formaggi.
Il nostro gruppo, sempre complottando, si spostava – tre passi e una sosta – verso via Mazzini.
La ronda ci tallonava con manovre incerte. Uno di loro smanettava con una ricetrasmittente.
- Andiamo alla macchina! disse Luigi, e accelerò il passo. Noi dietro.
I poliziotti si misero decisi alle nostre calcagna.
Aumentammo l’andatura: aumentarono l’andatura.
Ci fermammo un attimo, come incerti se tornare indietro: si fermarono incerti.
Ripartimmo: ripartirono.
Mi fermai a bere alla fontanella dietro un pilastro, con gli amici che facevano crocchio intorno a me: uno degli agenti si chinò per allacciarsi una scarpa, con i due colleghi che gli facevano la guardia.
Passando dietro l’edicola ci bloccammo a studiare le offerte filateliche: uno di loro si arrestò a guardare le riviste di navigazione a vela, un altro si infilò nell’andito di una vetrina per tenerci d’occhio attraverso i vetri, il terzo si mise a tastare con aria preoccupata tutte le tasche che aveva.
Affrettammo il passo verso l’angolo di via Mazzini, dove finiva il portico: la pattuglia affrettò il passo a pochi metri da noi.
Girato l’angolo, uno di noi partì di corsa, e gli altri via dietro: sentimmo lo scalpiccio di scarpe chiodate alle nostre spalle.
Attraversammo la strada per infilarci nella stretta traversa di via Antiche Mura: il terzetto non mollava.
Imbucammo la viuzza e partimmo di gran carriera: bastava arrivare in fondo alla via e dividersi, due verso piazza Vescovado e due in corso Magenta. Saremmo tornati sul corso affollato e ci saremmo dispersi. In fondo a vie Antiche Mura, in quel momento deserta, si pararono a far da diga tre o quattro individui schierati. Dietro di noi i tre imboccavano la via e avanzavano tranquilli, allineati, al passo, in sincrono, con i pollici infilati nelle cinture.
Senza una parola, noi ci raggruppammo come pollastri nella capponaia; senza una parola, loro fecero cerchio e uno ci chiese i documenti.
Armeggiando fra tasche e portafogli tirammo fuori le nostre carte e, remissivi e mogi come cani bastonati, formammo una specie di fila. Quello che sicuramente era il loro capo prendeva il documento, lo rigirava schifiltoso fra le mani, lo studiava, leggeva cognome, nome e indirizzo ad alta voce, ripeteva il cognome come per fissarlo nella mente, lo scandiva come per ripescarlo nella memoria, lo sillabava guardando il suo sottoposto che trascriveva tutto su un taccuino, compitando come uno scolaretto lento.
Noi aspettavamo silenziosi, gli assedianti ci osservavano tranquilli.
Dopo ogni registrazione, la nostra carta di identità passava nelle tasche del capo.
L’operazione non finiva mai.
Finito il giro, il capo tirò fuori dalla tasca i nostri documenti, li mescolò come un mazzo di carte, ci fissò per qualche secondo continuando a smazzare in silenzio; poi cominciò a restituirci le nostre carte, una per una, pescando a caso come un cartomante, e rileggendo i nomi come per un appello.
“Potete andare – disse alla fine con paterna accondiscendenza – ma state attenti: non fate giochetti pericolosi, pericolosi per voi, intendo. E andate a nanna presto stasera!”
Nessuno fiatò.
Ad un suo cenno il cerchio si aprì. Il drappello si mosse compatto verso il centro: i poliziotti sfociarono su via Mazzini e si dispersero nel traffico della strada illuminata.
Per non essere costretti a seguirli, restammo disorientati nelle ombre del vicolo, col nostro portafogli in mano.
Uno mormorò:
- Che facciamo?
Ritrovammo la voce.
- Siamo stati proprio coglioni!
- Che ti è venuto in mente?
- E tu, allora?
- Adesso quelli hanno i nostri nomi e indirizzi!
- Metti che qualche cretino stasera lanci le uova!...
- Metti che qualche idiota esaltato stasera metta una bombetta, o anche solo un petardo!...
- Siamo fregati: ci vengono a tirare giù dal letto.
- Ci tengono in guardina finché non trovano i colpevoli.
- Ci tengono finché non trovano un pretesto per incastrarci, ché tanto i colpevoli non li trovano mai.
- Ci rompono le ossa.
- Facciamo la fine di Pinelli.

Tornammo circospetti in via Mazzini e ci infilammo nell’osteria Frascati a rincuorarci con un bianco con l’oliva e a decidere cosa fare: stabilimmo di dividerci subito, di passare la serata separati e distanti, di intrupparci in compagnie di insospettabili, in locali pubblici, facendoci notare, per avere – ognuno di noi – un alibi.
Tornai al mio paesello, cenai in fretta, me ne andai subito al bar a giocare a briscola (litigando col mio socio), poi a boccette (contestando tutti i punti con pignoleria insolita), poi a scala quarante (perdendo rovinosamente) ...

SESSANTOTTO E DINTORNI (12): teatro

Frequentando sale d’essai e cineforum, ebbi l’occasione di avvicinarmi al teatro. Non quello accademico che si rappresentava (o, meglio dire, rappresentava se stesso) al Teatro Grande, ma quello marginale ed emarginato (e compiaciuto per questa emarginazione) della Loggetta che allora era un piccolo teatro ricavato da una chiesetta sconsacrata e ceduto per poche lire ad una compagnia di dilettanti (che ben presto, coi primi successi, assunsero quell’aria di ricercata trasandatezza che connota tutti gli intellettuali di provincia).
Partecipai ad una preselezione per partecipare ad un corso di recitazione. La mia inestricabile cadenza dialettale, che nessun lavaggio nelle acque dell’Arno aveva attenuato, non mi consentiva di gigionare con testi classici: lessi un breve testo rabbioso, non ricordo se di Norman Mailer (tratto da Il nudo e il morto) o di John Osborna (tratto da Ricorda con rabbia o forse da Lutero). La violenza del testo permetteva di sibilare le parole, di mormorarle a denti stretti, di monotizzare la recitazione, di smozzicare la frase, di gutturalizzare con un certo effetto, di rantolare fra una parola e l’altra, roteando gli occhi come il Duce e come Carmelo Bene,…
Fui accettato al corso, assieme ad un gruppo di altri aspiranti attori. Non lo frequentai, un po’ per pelandronaggine (la frequenza alle lezioni era obbligatoria), un po’ per snobismo (non volevo diventare un mediocre attore ma, casomai, un affermato regista, folgorato all’istante dal successo), un po’ per la intrinseca incapacità di decidere che ormai stava caratterizzando il mio vagabondaggio esistenziale e culturale (mi piaceva bazzicare il milieu ma non amavo confondermi con gli sfigati che lo componevano, non volevo stabilirmi, non avevo intenzione di dedicarmi esclusivamente a qualcosa, preferivo assaggiare e lasciare, presenziare ma essere di passaggio).
La passione per il teatro lasciò comunque qualche strascico che mi portò, qualche anno più tardi, a preparare la tesi di laurea sulle origini del teatro italiano, dopo aver scartato una tesi su Artaud che presupponeva una permanenza a Parigi.
Intanto frequentavo La Loggetta e assistevo agli spettacoli sperimentali che allora imperversavano con discreto successo.
Ricordo gli spettacoli della nostra compagnia con le regia di Renato Borsoni o di Mina Mezzadri, con Gatta e altri. Ricordo il successo di La curt dei pulì, in dialetto.
Ricordo un Pirandello chi? nel quale un gruppo, mi sembra torinese e forse diretto da Memè Perlini, presentò un frullato incomprensibile - volutamente incomprensibile - di testi di Pirandello, tutto giocato su frasi smozzicate, su una scena completamente buia esplorata da tasselli di luce che rivelavano particolari di scena o dettagli di corpi irriconoscibili. Ricordo uno spettacolo futurista, intitolato Futurballa e tratto da testi di Balla, che finiva con lunghi salsicciotti gonfiati sul palco con bombole di aria compressa e lanciati sul pubblico perplesso e poco propenso a scomporsi. Ricordo un elegantissimo e godibilissimo excursus nell’operetta di Paolo Poli. Ricordo una sgangherata provocazione en travesti di Leopoldo Mastelloni che, baule in scena, recuperava abiti e poesie, sciarpe e canti, cappelli e balli, accessori e frammenti di memoria. Agitandosi in scena ruppe le lunga collana che faceva roteare, una pioggia di perle inondò il palco e defluì in platea.
Ricordo l’appassionata e appassionante lettura delle poesie di Porta fatta da Franco Parenti che finì lo spettacolo con la camicia fradicia di sudore.
Ricordo una performance di Carmelo Bene che roteava gli occhi come un pazzo e recitava non so cosa con la sua voce ora roboante, ora neniosa, sibilante o cavernosa, strascicata o in falsetto, sguaiata o in sordina, utilizzata sempre con un bislacco alternarsi di volumi e timbri, in un continuo gioco vocale fine a se stesso, a volte illogico, non sempre collegato al senso e coerente al testo, non sempre comprensibile, alla lunga noioso. Si raccontava di lui che, al termine di uno spettacolo, avesse pisciato dal palcoscenico sul pubblico in risposta a una provocazione o forse in omaggio a una ovazione.
Ricordo una ripresa di Prova d’orchestra di Fellini fatta dal Gruppo della Rocca con alcuni nostri amici fra gli attori (Silvana De Santis col marito Ireneo, Dario Cantarelli, cugino del mio amico Luigi).
Al Teatro Grande si andava di raro, per occasioni particolari: un Ubu Roi di Brecht; un Dio Kurt di cui conservo un vago ricordo poco; il musical americano dello scandalo - Hair - che era arrivato da noi con qualche censura; Il sottoscala con Tedeschi…

giovedì 5 novembre 2009

Coerenza padana

I padani – quelli genuini – possono apparire grezzi, ma la loro autenticità alla fine li rende simpatici ed apprezzabili. Sono legati alla terra e vogliono concretezza, capiscono quello che tocca da vicino la loro quotidianità, affrontano con senso pratico i problemi; hanno il mito dell’efficienza, amano il lavoro in sé e le cose ben fatte, e per la soddisfazione di farle bene le farebbero gratis; rispettano chi costruisce la sua fortuna con la fatica e la perseveranza e disprezzano chi ingrassa sfruttando il lavoro degli altri; cercano l’allegria e la convivialità, non conoscono rancori, sono sinceri ed espliciti fino ad apparire talvolta grezzi e poco educati; stabiliscono rapporti schietti e non amano i salamelecchi; odiano il clientelismo che induce gli utenti dei servizi pubblici a ossequiare untuosamente il travet di turno e permette all’impiegatuccio arrogante di far sembrare favore elargito una prestazione dovuta; non sopportano il pensiero aggrovigliato e odiano i cacadubbi; non amano l’odore dell’incenso; disprezzano la bolsa borghesia che impiega male le fortune accumulate dal nonno con le pezze al culo…

I leghisti all’origine hanno forse ben interpretato questa padanità e – proprio per questo – si sono creati attorno un consenso sostanzioso.
Ora però i dirigenti della lega si stanno allontanando dallo spirito originario, stanno ingannando se stessi e la loro gente, stanno – mi si perdoni l’enfasi – tradendo il popolo.

Quando si affacciano sulla piazza usano ancora i toni ruspanti dei padri fondatori. Per raccattare applausi e consensi e tener saldo il potere hanno trovato nuovi slogan: aizzano la massa contro rom ed immigrati e la plebe inveisce; invocano buste paga e bandiere differenziate e le camicie verdi inneggiano; insultano gli insegnanti meridionali e gli analfabeti esultano.
Ma quando lasciano il balcone e si siedono in salotto assumono le movenze degli spregiati politici: pianificano con astuzia cinica il consolidamento del potere, intrecciano alleanze per la spartizione delle cariche, distribuiscono favori per comprare consensi, vendono l’anima al diavolo.
Chi ha vinto al grido di “Roma ladrona” si allea col più viscido dei politicanti che è cresciuto corrompendo i potenti in declino, ha preso il loro posto, ha allargato il giro gli affari risparmiando le mazzette, ha perfezionato il concerto di interessi.
I capipopolo leghisti hanno infilato una china che li allontana, li ha allontanati definitivamente dalla padanità. Hanno usurpato, senza ragione e senza diritto, il titolo di padani. E sono falsi, sia quando indossano la camicia verde, sia quando indossano quella bianca, col fazzoletto verde al taschino.
È ora che qualcuno glielo faccia capire, alle prossime elezioni almeno.

domenica 1 novembre 2009