mercoledì 30 dicembre 2009

RECENSIONE (5) : Venti, trenta, quaranta

Il nuovo romanzo di R.A. – intitolato Venti, trenta, quaranta racconta, in estrema sintesi, di un triangolo.
Il protagonista maschile è un confuso trentenne (Mario) che si innamora pigramente di una dolcissima quarantenne (Marcella) e vive con lei una storia di tenerissimi affetti, appagante e tranquilla, finché non si profila all’orizzonte – irruente e disinibita, sfrontata e fragile – una ventenne (Marzia), che lo trascina in una faticosa ed strampalata avventura.
Mario pencola indeciso fra le due, anche se – almeno dal punto di vista logistico – non incontra problemi a giostrarsi fra la paziente Marcella, che non sa dubitare di lui e lo attende senza smanie, dolce e accogliente, e la irrequieta Marzia, che lo fagocita per delle mezze frenetiche giornate, gli sconvolge le notti, scompare e riappare puerilmente assente o invadente, possessiva o inafferrabile, atroce o leziosa.
Mario sente di non poter fare a meno del pacato affetto di Marcella, ma non sa immaginare la sua vita senza la disinvolta allegria di Marzia. Soffre di questa sua condizione di ambiguità, ma non vuole decidersi: gli pare di non essere in grado di troncare nessuna delle due relazioni, sia per quel che riceve, sia per quel che sente di poter dare. Non vuole mettere in crisi la solidità del suo rapporto con la donna e privarla della sua rassicurante presenza; e nello stesso tempo non vuole respingere la ragazza e mandare in crisi il suo precario equilibrio aggiungendo un ulteriore elemento di instabilità emotiva alla sua arruffata esistenza.
La storia ha un improvviso scarto quando Mario scopre casualmente che Marzia è la figlia di Marcella. Con mille cautele, senza smascherarsi, tenta di sapere di più, di indagare, di capire. Ma le due donne sono elusive, vaghe, reticenti. Mario capisce solo che – per qualche ragione oscura e dolorosa – si sono rabbiosamente separate, ... che il rancore che le ha allontanate – ormai da cinque anni – non consente loro di tentare un riavvicinamento, ... che considerano definitivamente sciolto il loro legame, ... che ognuna delle due ha dissezionato l’altra dalla propria esistenza.
Questa fissione, che potrebbe consentire in un certo modo a Mario di vivere due vite parallele, diventa invece una ossessione insostenibile, un tarlo, un tormento: la disperazione delle sue donne, che prima aleggiava quasi impercepibile, ore affiora da ogni gesto, trasuda dagli occhi e si espande, lo avvolge e lo intride. Mario non può restare, ma nemmeno sa svincolarsi. Capisce che Marcella e Marzia non possono essere parte della sua vita, ma che lui ormai è parte della vita loro. O forse, al contrario, percepisce che lui non sarà mai parte della loro vita e resterà un elemento separato da Marzia e Marcella che ormai sono la sua pelle e la sua anima.
Solo un deus ex machina inatteso e imponderabile potrebbe forse intervenire a sciogliere la situazione.

martedì 29 dicembre 2009

Profugo

Ritorno come un profugo fra i campi
delle mie terre basse.
La strada è senza solchi.
Un superstite gelso si contorce
ingobbito
sul putrido fosso
intasato da incongrue plastiche colorate.
Sbircio da un portone sgangherato
un’aia immensa
deserta di cani e di bambini:
nel centro un carretto
si arrende sconsolato,
ritte le stanghe al cielo.

lunedì 28 dicembre 2009

Lista (realismo)

La lista infinita dei sogni
stilata a vent’anni
si conserva ancora intatta nella mente.
Ogni tanto però
traccio un segno leggero di spunta
accanto alle cose
che ormai sicuramente non farò,
ai nomi dei paesi
che non visiterò,
ai desideri sgonfi,
alle voglie stanche,
alle sbiadite fantasie.

sabato 26 dicembre 2009

Traduzioni

Odio ed amo.
Pare incredibile.
Se tu mi chiedi
com’è possibile,
io ti rispondo
che non lo so
che questo sento
e in pene sto.

venerdì 25 dicembre 2009

martedì 22 dicembre 2009

Divieto di accesso

Da qui
sento flebili suoni
di miele.
Ma ho sparso intorno segnali
con divieti di transito e di accesso.

SESSANTOTTO E DINTORNI (22): Professori

Fra gli insegnanti alla Cattolica ne ricordo alcuni per ragioni di stima o di affetto, altri - come è giusto - per l’antipatia che suscitavano con le loro ossessioni e con la cavillosità con cui ci inquisivano agli esami; altri ancora sono rimasti nelle pieghe della memoria per alcuni vezzi o tic che ce li facevano sembrare un po’ fuori di testa.
Ricordo Giuseppe Nangeroni, professore di geografia: un simpaticissimo vecchietto che ogni tanto spariva dalla circolazione per mesi e, al suo ritorno, si presentava in aula allegro e abbronzato e ci raccontava delle sue esplorazioni sui vulcani in Africa.
Ricordo il professor Severino, severo anche di fatto, austero proprio come si addice ad un filosofo, autorevole nonostante la giovane età, reso più autorevole ai nostri occhi dalla sua espulsione dalla Cattolica - equivalente al rogo per gli eretici - dovuta a certe incomprensibili posizioni da lui assunte su non so quali aspetti del suo intricato pensare dogmaticamente incompatibili con la dottrina della Chiesa.
Ricordo ancora Giovanni Bazoli, professore di diritto, del quale non frequentai le lezioni, che - oltre che ostiche e noiose - erano da molti di noi ritenute inutili ai fini della formazione umanistica. Mi sembra di ricordare però di aver sostenuto con lui un esame, facoltativo, e di aver preso un bel voto. Nell’82 gli affidarono il compito di rifondare il Banco Ambrosiano, dopo il fallimento accompagnato da accuse di collisione con la mafia e con la finanza vaticana e dopo la morte per impiccagione di Calvi. Negli anni successivi guidò la sua piccola banca alla fusione altre banche - la cattolica del Veneto, la Carialo, la Commerciale Italiana, il San Paolo di Torino - e ora guida uno dei più grandi gruppi bancari italiani.
Ricordo Calvi, un professore di psicologia, che ci propose come esperienza propedeutica al suo corso di passare una settimana in un manicomio. Fu un’esperienza folgorante. L’edificio era un incrocio fra la caserma ed il convento: all’ingresso c’era un posto di guardia, e poi chiostri assolati di una luce irreale, giardinetti desolati, corridoi vasti e spogli, cancelli e porte, serrature e sbarre, androni alti e squallidi, scale consunte, latrine maleodoranti di un misto di piscio e disinfettante, stanzette squallide, letti arrugginiti, materassi logori, lenzuola grezze, coperte militari, tavolini dalla vernice scrostata ingombri di piccoli oggetti inutili, …
Ricordo soprattutto le “interviste” ai matti, le chiacchierate sconclusionate, l’allucinata lucidità di alcuni, l’allegra alienazione di altri, il disperato isolamento, gli sguardi acquosi, i capelli irti, i vestiti sghembi, le bocche sdentate.
Amalia viveva nelle cucine dove la tenevano occupata in mille inutili incombenze: pesava centoventi chili e beveva acqua a litri perché - spiegava con estrema tranquillità - in pancia teneva un presepio intero, e doveva dar da bere a tutti: a greggi e pastori, ai magi, al bue e all’asinello, ai maiali, alle galline, al calzolaio, al mugnaio, all’arrotino, a Maria e Giuseppe, e anche ad Erode e ai suoi soldati.
L’ingegnere mi spiegava che degli esseri di altri pianeti stavano conquistando la terra, ma non lo facevano negli stessi modi grezzi dei Romani o di Gengis Kan: si infiltravano in noi lentamente, prendendo possesso in modo impercettibile del nostro cervello, espandendosi progressivamente nelle nostre cellule, imbevendo la nostra coscienza, saturandoci l’anima. Nessuno poteva avvertire questa occupazione graduale, questa invasione progressiva. Solo lui, l’ingegnere - che per un trauma cranico subìto in un incidente stradale aveva perso la coscienza per tre settimane - aveva percepito il cambiamento al momento del risveglio. E ora, per l’acuita sensibilità, sentiva crescere dentro il nemico: dava l’allarme ma nessuno gli badava. Tentava di convincere gli inservienti e quelli ridevano. I suoi parenti gli davano ragione, ma lo facevano per non contrariarlo. Un infermiere, interamente posseduto, tentava di ridurlo al silenzio con sedativi. Il mondo era perso. Lui avrebbe resistito ancora per poco. A me affidava il compito di diffondere l’allarme, di salvare il mondo.

Nella noiosa routine si aprivano ogni tanto squarci di luce per la mente e sprazzi di energia cerebrale: da una lezione di Negri - che citando con disinvoltura autori di mezza Europa ci catalizzava divagando sul gusto per le rovine nella letteratura del primo Ottocento - si poteva uscire culturalmente appagati; da una lezione della Gallicet Calvetti - che ci parlava con impegno, con fervore e talvolta con rabbia dell’irenismo etico di Spinosa - si poteva uscire assolutamente felici.
Il resto era noia: le lezioni con obbligo di frequenza erano poche, in omaggio ai lavoratori studenti; si passava la giornata spostandosi in piccole mandrie da un’aula all’altra, occupando la biblioteca o la sala di studio, bivaccando nei corridoi.

lunedì 21 dicembre 2009

La paura

La paura è un vuoto vorace che ingoia intero il futuro, soffoca i sogni, annebbia ogni prospettiva e oscura i giorni che altri vedranno.
La paura è una voragine mai colma in cui precipitano i giorni che hai visto, felici o banali, e van perse le ore che hai vissuto, uguali o speciali.
La paura è un buco nero che annulla il blando potere lenitivo dei gesti quotidiani, logora il leggero ffetto anestetico delle pause di noia, guasta l’intimo conforto che danno i luoghi noti e consuma il senso di infantile sicurezza trasmesso dalle cose possedute.
La paura genera mostri che hanno occhi freddi e parole senza carità.

SESSANTOTTO E DINTORNI (21): Firenze

I primi giorni di novembre del 1966 partii per Firenze con un amico che frequentava la sala di studio della biblioteca Queriniana.
La nostra amicizia era nata dalla comune passione per i libri. Parlando delle reciproche letture, mi aveva segnalato e prestato L’Uomo senza qualità di Musil, in due volumi einaudiani dal prezzo per me inabbordabile.
Il viaggio d’andata lo facemmo, naturalmente, in autostop. Trovammo alloggio in un affollato ostello sotto la collina di Fiesole. Mi sorprese la perfezione minuziosa del suo bagaglio, organizzato, completo, esatto, inappuntabile.
Facemmo indigestione di musei, compresi alcuni “secondari” rispetto ai soliti splendidi e visitatissimi Uffizi, Pitti, San Marco e Palazzo Vecchio. Fra un museo e l’altro si mangiava badando al risparmio, rintanati in qualche osteria o sotto uno dei i rari porticati del centro. La pioggia che picchiava ininterrottamente sulla città non ci permetteva le classiche passeggiate all’aria aperta in Piazza della Signoria, al Giardino dei Boboli o all’Orto Botanico vicino al museo Archeologico.
Il 5 novembre dovevamo riprendere il lavoro: il 3, nel primo pomeriggio, abbandonammo la città sotto un violentissimo temporale, diretti verso l’ingresso dell’autostrada vicino alla Certosa.
Sotto la pioggia battente nessuno si fermava per darci un passaggio. Ci infradiciammo quattro ore prima di chiedere al casellante di trasgredire i suoi regolamenti ed ospitarci sotto la pensilina d’ingresso per chiedere un passaggio ai camionisti fermi davanti alla barra.
Mentre su un furgone di muratori pendolari ci inerpicavamo sulle pendici dell’Appennino verso Dicomano, l’Arno straripava in città e un’ondata di fango sommergeva strade e vicoli, inondava case e negozi, allagando la Biblioteca Nazionale, rovinando in Santa Croce ed nel suo Museo dell’Opera, espandendosi nei piani bassi ed nei depositi degli Uffizi, nelle chiese e nelle sacrestie, coprendo il centro di melma e detriti.
Il 4 novembre, di mattina, le televisioni di tutto il mondo mandavano in diretta le immagini del disastro.

Da tutta Italia e da molti paesi d’Europa e d’America accorsero i “cappelloni”.
Di giorno lavoravano fino allo stremo accanto ai fiorentini, vicino ai pompieri e ai militari. Tutti impegnati a salvare il salvabile: i crocifissi lignei del Trecento e le bottiglie di vino delle cantine, i manoscritti della Biblioteca Nazionale e gli attrezzi degli artigiani, le metope etrusche e la merce accatastata nei magazzini dei commercianti.
Di notte riempivano ogni metro quadrato asciutto, affratellati dalla spossatezza, dalla consapevolezza di essere singolarmente insignificanti, formiche minuscole nel disastro immane, ma collettivamente forti, utili, importanti, efficaci, protagonisti di un’azione “storica”.
I lazzaroni si rivelavano infaticabili, le teste vuote sapevano pensare e decidere, i figli di papà dimostravano di saper fare qualcosa che i loro padri nemmeno avevano considerato.
I media li battezzarono immediatamente, con pomposa retorica, “gli angeli del fango”: loro, senza nulla di angelico, spalavano fango con uno straccio sulla bocca, gli occhi arrossati e le vesciche sulle mani.

domenica 20 dicembre 2009

RECENSIONE (4) : Vanni e Vania

Vanni e Vania è la quarta fatica narrativa di R.A.
Il libro racconta la appassionata, timida e segreta storia d’amore di Giovanni, detto Vanni, un distinto scapolo settantenne, in pensione dopo cinquant’anni di lavoro come impiegato al catasto, che vive dignitosamente solo, dopo la morte della vecchissima madre, ed abita in un grande appartamento al primo piano di un vecchio palazzo nel centro storico di Torino. L’oggetto del suo amore è lo splendido manichino femminile di un piccolo negozio di abbigliamento che apre la vetrina di fronte al portone della sua abitazione.

La vicenda si snoda in dieci capitoli, ognuno dei quali racconta una fase della crescente passione di Vanni per la bellissima, fredda, indifferente, inaccessibile, acefala donna che gli sconvolge la vita: l’incontro, potente come una folgorazione, inspiegabilmente frastornante; la prima notte insonne tormentata da desideri, fantasie esagitate, deliri inquieti, allucinazioni, turbamenti e incubi; l’ansia di rivedere Vania (così Vanni chiama la sua splendida androide); le difficoltà che incontra per avvicinarsi alla vetrina e organizzare appostamenti senza suscitare equivoci; i tentativi che fa per convincersi della stupidità della sua infatuazione e per prendere le distanze dalla sua ossessione; le inutili peregrinazioni in cerca di altro a cui pensare; i sogni di conquista, di possesso, di appagamento; le lettere d’amore e le brevi appassionate poesie dedicate alla imperturbabile donna; le fasi mutevoli di un rapporto che vede la tenerezza di un amore sconfinato alternarsi con l’amarezza di un sentimento non corrisposto.
La qualità straordinaria del libro non sta nella prevedibile trama ma nella capacità di farci dimenticare, nonostante i continui rimandi alla realtà, che il protagonista è un povero alienato, che la sua donna è un oggetto di gesso, realistico ma inerte, che i sentimenti descritti sono gli improbabili vaneggiamenti di un perdente.
Di riga in riga, lo scrittore riesce ad inviluppare i suoi lettori nella rete delle incredibili ossessioni del suo protagonista: gli uomini sono portati ad immedesimarsi in Vanni perché con lui rivivono le estasi dell’innamoramento, le cocenti delusioni dell’adolescenza, i travagli di un amore impossibile, la disperazione della passione per una donna senz’anima; le donne si lasciano stregare dalla descrizione accuratissima di delicati sentimenti e si sciolgono nella tenerezza per un povero vecchio pazzo capace però di un amore sconfinato e devastante che svela loro alcuni aspetti della loro misteriosa seduttività, fa percepire il loro potere di attrazione (incrementato dalla impassibilità), consolida la consapevolezza del fascino femminile che può sconvolgere, far perdere la ragione, annichilire.


Scivola via la vita

Scivola via la vita
scivola via da sé lungo percorsi
tracciati da incontri casuali,
da sguardi e sorrisi involontari,
da amori interrotti e treni persi.
Scivola via così
fra rivoli e ristagni,
scivola, gira e si disperde,
altro si fa,
e scorre,
scorre e dilaga,
scorre e raccoglie il suo destino
su un percorso confuso, senza mappa.

venerdì 18 dicembre 2009

La neve

È molto democratica la neve
che nel silenzio bianco cade lieve,
coprendo con identica premura
strade e prati, fiori e spazzatura.
Candeggia i tetti a case e catapecchie,
decora rami nuovi e fronde vecchie,
dal gel protegge le distese d’erbe,
cocci, lattine, carte, stracci e merde.

giovedì 17 dicembre 2009

RECENSIONI (3): Una notte, mille giorni

R. A. ha pubblicato di recente il suo terzo libro intitolato Una notte, mille giorni.
La vicenda narrata è estremamente elementare.
Sotto le macerie di un palazzo crollato in seguito ad una scossa di terremoto, si ritrovano imprigionate una bimba di sette anni ed una vecchia, sua vicina di casa, considerata da tutti una scorbutica asociale.
Le due, pur non vedendosi, sono a portata di voce. La bimba piange. La vecchia, per rassicurarla, le parla, ma soprattutto tenta di far parlare la bambina: la interroga e mostra interesse per lei, le chiede delle sue giornate e della scuola, vuol sapere dei suoi compagni e dei giochi, ascolta le sue paure e i desideri, i conflitti con la sorella, i ricordi delle ultime vacanze, ... Ascoltando la piccola, ripensa alla sua vita e ritorna bambina. Ricorda e rievoca le sue giornate ed i suoi giochi, i suoi genitori e il loro lavoro, la sua vecchia casa ed i vicini, le sue domeniche e le amiche, la scuola e le paure.
Il libro è tutto qui, in questo dialogo sotterraneo sussurrato in condizioni irreali, in queste confidenze incrociate che si snodano parallele mentre fuori è notte e non si colgono ancora le voci dei soccorritori né si avvertono i rumori dei mezzi di primo intervento.
Non succede nulla, non entrano in scena altri personaggi, non si coglie la misura del tempo che trascorre. C’è solo questo lungo, ininterrotto dialogo che si sviluppa fra una piccola ed una vecchia terrorizzate. La piccola inizialmente è reticente per la paura ma poi – parlando delle cose che rendono splendida la quotidianità dei bambini spensierati – ritrova la serenità e quasi dimentica la situazione di sgomento in cui si trova; la vecchia, ugualmente spaventata, si sente però in dovere di vincere o nascondere la sua paura e ritrova, almeno apparentemente, la serenità necessaria per aiutare la bambina a vincere l’angoscia.
Le due “sepolte vive” si chiamano Lucia. L’autore sceglie fra i tanti nomi possibili quello di Lucia, da “luce”, in una situazione contraddistinta dalle tenebre più orrende. Il curioso stratagemma appare forse un po’ artificioso, ma non guasta: è proprio quando avvengono le presentazioni che la bambina si mostra felicemente sorpresa di conoscere una sua omonima, comincia a dimostrarsi più disponibile a parlare e appare meno spaventata.
Non vi è un lieto fine, ma nemmeno un finale tragico. Dopo la lunghissima chiacchierata, la bimba esausta si addormenta. La vecchia resta sveglia ad ascoltare il suo respiro.


La noia

La noia è la mia tana. Coltivo il crepuscolo e il morbido silenzio. Amo i colori sbiaditi dei giorni uguali. Mi adagio con cauta indolenza nel tempo sprecato. Della vita apprezzo gli intervalli e trovo rassicuranti le sale d’attesa, nelle quali la vita è transitoria, sospesa e provvisoria, in uno spazio fermo e trasparente.

lunedì 14 dicembre 2009

Traduzioni

E' una brezza lieve che attraversa l’aria
e subito svanisce senza traccia.
E' tutto.
Chi amo non esiste.
Vivo indeciso e triste.
Chi volli essere ormai non mi ricorda.
Chi sono adesso non più mi conosce.
Intanto,
il profumo che giunge con la brezza,
per un istante,
come una confidenza,
mi sfiora la coscienza.

(Pessoa)

domenica 13 dicembre 2009

Attesa

La troppa attesa accumula negli occhi la tristezza e intenerisce il modo di guardare.

Porta chiusa

Dietro la porta chiusa
c’era una stanza
disabitata da molto tempo.

(F. Dostoevskij, Delitto e castigo)

giovedì 10 dicembre 2009

Metafore

Gira e rigira, vedi splendidi mosaici e vetrate di luce, abbagli rutilanti e simmetrie pefette, universi di stelle e magici fulgori, sfavillanti favole e incanti e paradisi. Ma la sostanza è un tubo di cartone, tre scheggie di specchio e un pizzico appena di frammenti di vetro colorati.

lunedì 7 dicembre 2009

Architetture

Il vento restituisce al deserto
la polvere delle piramidi;
il sole cuoce e sfalda
i marmi di Atene;
si sgretolano nella foresta
i templi birmani;
sono corrose dalla pioggia
le alte cattedrali di Francia.

Mentre guardo le metropoli
dense di arroganti monumenti,
so che dentro queste lucide geometrie
degenera il cemento
e si sfiancano i metalli;
so che ogni materiale
vive la sua lenta metamorfosi;
so che il profilo di questa città
aspetta acqua e vento.

sabato 5 dicembre 2009

Poesia

Non si domandi pertanto al poeta ciò che ha pensato o sentito,
è proprio per non doverlo dire che scrive versi.
(Josè Saramago, L’anno della morte di Ricardo Réis)

Aprono sentieri le parole
nell’intricata mente.
Se spiego quel che ho dentro,
un poco lo decifro anche per me.
L'ansia, se la racconto, si sgroviglia.
E l'universo mio confuso
in quel che dico prende consistenza.

Omero

Ora brancolo confuso
fra le ore del giorno
come il cieco Omero fra gli avelli,
mentre il tempo mi scorre fra le dita
e le notti vengono
a darmi improbabili equilibri.

Ho perso l’istinto di vivere la vita,
quello proprio del bambino
che sgrana il tempo tutto suo
in una densa successione
di istanti eterni,
senza passato né futuro,
e sta seduto sotto il sole
a dirottare una fila di formiche
beatamente,
beatamente solo,
lasciandosi sorprender dalla sera.

venerdì 4 dicembre 2009

Grigio

Il cielo è grigio, senza squarci. Cade da settimane una silenziosa minuta tristezza che si annida sotto la pelle, e ti impregna, e ti sfalda. I pensieri che emani li vedi come il fiato nel freddo.

giovedì 3 dicembre 2009

SESSANTOTTO E DINTORNI (20): Via da Amsterdam

... Non me la sentivo di proseguire quel viaggio: la meta vagheggiata, Amsterdam, non mi attirava più. A dire la verità, non mi aveva mai attirato. Risalendo il Reno ci sarei arrivato inevitabilmente: per questo tenevo un cartello di John con scritto “AMSTERDAM”. La città olandese era la meta naturale di chi percorreva l’autostrada verso nord, di chi seguiva la corrente del fiume e di chi assecondava il flusso di tutti quegli scombinati che vi confluivano in cerca di “sesso, droga e rockenroll”. Amsterdam era come La Mecca: ogni anticonformista doveva farci un pellegrinaggio nella vita prima di essere ammesso nella comunità dei beat. Tutti i cappelloni del mondo erano lì, come mosche sulla merda, a guardare i battelli in transito sui canali, a cercare fumo, ad affollare i giardinetti e a percorrere le strade del quartiere a luci rosse.
Io, dopo la storia di Praga, non avevo voglia di “gettarmi in quel gomitolo di strade”. E poi il mio istinto mi diceva che seguire il flusso degli anticonformisti era una forma di conformismo inconsapevole e scemo. Era come non tollerare l’intolleranza, elevare a religione l’ateismo, proclamare dogma l’antidogmatismo.
Avevo sognato di arrivare ad Amsterdam solo per una ragione: farmi una scorpacciata di musei e poi tornare per raccontare agli amici la plasticità dei Van Eyck più che quella delle turiste disinibite; per descrivere le inquietanti visioni oniriche di Bosch più che quelle prodotte dalla canapa; per decantare le rotondità dei quadri di Rubens e Van Dyck e non quelle delle puttane in vetrina; per esaltare i personaggi ed i paesaggi ritratti da Van Gogh, più pastosi, densi e cupi delle notti d’Olanda.
Decisi di abbandonare la Germania, di puntare a sud-ovest, lungo la Mosella - risalendo la corrente - verso il Lussemburgo.
Ma il viaggio aveva perso senso. I percorsi erano tragitti; le mete diventavano soste; gli incontri non lasciavano segni. Mi sedevo sugli scalini di una chiesa, sulle panchine dei giardini, sulle sedie fuori da un bar, sul bordo di una fontana e osservavo la gente; sostavo davanti a un museo, ai margini di una piazza, sotto un portico, alla fermata degli autobus, sopra un ponte e guardavo scorrere la vita. Ascoltavo le voci senza tentare di capire: mi piaceva immaginare che dicessero cose strepitose, ma sapevo che si scambiavano banalità, si lamentavano del tempo, del governo o del mal di piedi; mi piaceva immaginare che corressero a fare chissà cosa, ma sapevo che erano in ritardo per la cena, correvano dal dentista, scappavano dal lavoro. Guardavo i miei coetanei e immaginavo tutti più felici di me, ma sapevo che ce n’era di più scontenti, di più stupidi, di più squallidi, di più soli. Guardavo le ragazze e ne vedevo di carine ma anche di ciospe, di scialbe, di furuncolose, di inavvicinabili. I vecchi erano vecchi, i poliziotti erano poliziotti, i bottegai erano bottegai. I paesaggi erano interessanti, ma paragonabili a quelli del Veneto, dell’Umbria, dell’Emilia. Il traffico era fastidioso come ovunque, i grossi cartelloni pubblicitari erano invadenti e stupidi e con slogan scontati.
A tappe regolari arrivai in Francia: mi parve che cambiassero solo gli odori. Attraversai la Lorena, puntai su Nancy per arrivare a Lione. Rientrai in Italia attraverso il traforo del Monte Bianco. A Chamonix mi parve, come un viandante, di essere in vista della strada di casa.

mercoledì 2 dicembre 2009

La notte

Vi passò tutta la notte, trascorsa in un dormiveglia interrotto ogni tanto dai morsi della fame, dai crucci e da vaghe speranze.
(Franz Kafka, La metamorfosi)

martedì 1 dicembre 2009

Dettagli

Mi concentro sui dettagli, senza slanci.
Alimento con futili interessi le mie ore.
E il tempo che mi opprime mai non scade.

SESSANTOTTO E DINTORNI (19): Marie, detta Svoboda

A Basilea, nell’ostello, feci amicizia con una cecoslovacca da poco emigrata in America. Si chiamava Marie, ma io la chiamavo Svoboda, come il suo presidente, per scherzo, ma anche per i suoi modi bruschi, il suo carattere chiuso, la sua taciturna introversione. Viaggiava verso nord, nella mia stessa direzione: a lei faceva comodo avere un compagno di viaggio, per sicurezza, considerato che anche allora le ragazze sole erano malviste e correvano qualche pericolo; a me faceva comodo avere una compagna di viaggio, per utilitarismo, considerato che era più facile ottenere passaggi se ero in compagnia di una ragazza, bella o brutta che fosse.
Risalimmo la valle del Reno, attraversando Friburgo (l’apoteosi del medioevo tedesco), la Foresta Nera (anche dall’autostrada si capisce che il nome è indovinato), Baden-Baden (che noi ridacchiando chiamavamo Baden-Baden-Baden), Heidelberg (dove, secondo le guide turistiche, si sarebbe dovuto respirare in ogni angolo aria di erudizione), Mannheim (dal castello ricordo un panorama fumoso ma splendido, con la confluenza del Neckar nel Reno), Mainz (altra confluenza Reno-Meno; visitando la città seppi che Mainz non era altro che Magonza, la città di Gutenberg), Coblenza (altra confluenza Mosella-Reno, ricordo una chiesa con due sproporzionati e inverosimili campanili nella facciata).

Io e Svoboda stavamo insieme me non eravamo insieme. Si parlava poco, in un francese incerto, il suo diverso dal mio, e più incerto. Si mangiava in fretta, si trottava molto, si riposava affiancati, girandoci la schiena.
Una sera - il sole al tramonto ispirava nostalgie e confidenze - le chiesi di parlarmi della sua vita in America. Mi disse che c’era da pochi mesi e che dell’America non voleva parlare. Le chiesi allora di Praga. Mi disse un po’ cupa che non voleva parlare nemmeno di Praga. Le chiesi di Kafka, mi ripose con un silenzio ostinato, a testa bassa. Parlai io di Kafka, come se dovessi svolgere una relazione, ma con entusiasmo: parlai della gelida storia di spersonificazione di Samsa ne La metamorfosi e della sensazione di forte immedesimazione che avevo provato nel leggerlo; parlai dell’inquietudine che mi aveva assalito nel leggere Il processo, del senso di lacerazione che ti prende scorrendo le pagine de Il Castello; parlai degli sconcertanti Diari e, siccome continuava a tacere, mi misi a raccontarle le pagine che mi avevano maggiormente colpito. Le chiesi se si riconosceva, considerato il suo esilio, nelle vicende di Rossman emigrante in America .
Parlando mi infervoravo. Svoboda cominciò ad un certo punto ad allentarsi e a sbirciarmi incuriosita, sempre sospettosa. Forse non capiva quello che dicevo. La vidi però attenta, a tratti mi pareva quasi attratta. Feci ancora qualche considerazione. Dissi che amavo Kafka perché lo sentivo vicino al mio modo di essere. Le parlai di me con la stessa foga con cui avevo parlato di Franz, sovrapponendo il mio mondo al suo, la mia angoscia alla sua, la mia desolata inquietudine alla sua.

Ad un certo punto, mentre mi attorcigliavo in considerazioni troppo complicate e cominciavo ad eccedere col mio narcisismo, mi accorsi che Svoboda stava piangendo. Nel quasi-buio della sera vidi chiaramente i suoi occhi pieni e le lacrime non frenate. Mi bloccai. Lasciai che si ristabilisse il silenzio, dopo tante chiacchiere inopportune. Ed aspettai senza chiedere.
Svoboda cominciò a parlare, sottovoce, quasi impercettibilmente. Mi parlò, con frasi brevi e smozzicate, in quel suo francese duro. Mi parlò di Praga, del suo quartiere, della sua strada. E mi raccontò dei carri russi che erano passati davanti al suo palazzo la notte fra il 20 ed il 21 agosto del 1968.
Era passato solo un anno, ma Marie aveva tutto scolpito in testa. Raccontava senza interrompersi, come se recitasse una preghiera ripetuta mille volte, con un bisbiglio monotono. Ricordava i rumori dei motori nella notte, la fila dei camion e dei carri armati, l’idea che fosse un’esercitazione militare, la colonna dei blindati che non finiva più; le luci che si accendevano una dopo l’altra a tutte le finestre, la gente che scendeva in strada in pigiama, i carri, i soldati sui carri, divise russe, polacche, ungheresi; la colonna che non rispettava il semaforo, i cingolati che svoltavano verso il centro sgretolando l’asfalto.
Svoboda piangeva senza frenarsi e continuava a ripetere: ”L’asfalto, hanno rovinato l’asfalto, hanno rotto la strada; hanno lasciato buche, tombini sfondati, selciato dissestato; hanno rovinato tutta la mia strada; e continuavano a passare sui detriti, fino a scorticare il fondo, a far affiorare la terra,…; non c’è più la mia strada, me l’hanno rovinata tutta …”.
La chiamai per nome - Marie - e le presi delicatamente la mano. Continuò a piangere come si io non ci fossi. Le lasciai la mano e me ne restai lì seduto in silenzio ad ascoltare i suoi singhiozzi.
Le prestai il fazzoletto per soffiarsi il naso.
Quando si quietò rientrammo all’ostello, senza parlare.

Il mattino dopo Svoboda-Marie venne a salutarmi: aveva la febbre, avrebbe preso il treno per Colonia e poi l’aereo per casa.
Mi abbracciò stretto stretto, si staccò per guardarmi con una smorfia che pareva sorriso ma forse non lo era, mi ringraziò tenendomi le mani sulle spalle, guardò il mio imbarazzo, mi strinse ancora forte, lei tremante, io impalato, come il vero Svoboda.
Poi si staccò bruscamente e se ne andò senza voltarsi indietro.

SESSANTOTTO E DINTORNI (18): John

Da Venezia presi la direzione di Milano. Il camionista che mi diede il primo passaggio mi lasciò in un autogrill dalle parti di Vicenza. Mi aggregai sullo svincolo d’ingresso ad un compagno attrezzatissimo (pareva uno scout col suo bravo zaino, lo stuoino infilato di traverso nelle cinghie dello zaino, il sacco a pelo, la borraccia a bandoliera, il cappello a tese larghe col laccio sottogola; ed era perfino dotato di un grosso pennarello e di un pacco di cartoncini bianchi rettangolari per scriverci in stampato la città-traguardo da mostrare alle macchine in transito). Era prassi consolidata che gli autostoppisti solitari si accoppiassero per ottenere più facilmente i passaggi e per viaggiare sicuri.
Il giovanottone era di New York; si chiamava John Mc Gibbon; era diretto ad Amsterdam per ricongiungersi con il padre e riprendere il volo per gli USA. Trovammo subito un passaggio. L’automobilista che ci raccolse usciva al casello di Brescia ovest; era mezzogiorno; mia sorella abitava a poca distanza; con qualche difficoltà linguistica ma aiutandomi a gesti invitai John - che parlava solo inglese - a pranzo: facemmo una doccia sotto gli alberi del parco, con la canna per innaffiare le aiole, mangiammo salamine alla brace e ripartimmo immediatamente. Era necessario arrivare a Lugano o a Locarno o a Bellinzona prima di notte per trovare ospitalità nell’ostello e per partire poi di buonora per il passo del San Gottardo che, mi spiegò John, doveva essere attraversato, non capii perché, di mattina.
Arrivammo a Bellinzona verso l’imbrunire. John mi disse che lui non dormiva nell’ostello, che si sarebbe organizzato diversamente. Abbandonò l’asfalto e si diresse verso un cantiere sul pendio della collina. Si fermò a venti passi, si aggiustò lo zaino, si girò. Non capii se per salutarmi o per invitarmi a seguirlo. Non avevo voglia di mettermi a cercare l’ostello. Mi incuriosiva sapere come il cow-boy avrebbe risolto il problema della notte. Lo seguii. Entrammo nella villetta in costruzione: mancavano porte e finestre, l’impianto elettrico era in fase di allestimento, mancavano i pavimenti, non tutte le stanze erano intonacate. John spazzò un angolo di una stanza con un mozzicone si scopa trovato fra i calcinacci, aprì dei fogli di cellofan inzaccherati di malta, ci stese sopra uno stuoino e sopra lo stuoino srotolò il sacco a pelo. Lo guardavo , come un apprendista guarda il maestro. Si sedette su due sacchi di cemento, tirò fuori il sacchetto dei viveri e si mise a mangiare. Mangiucchiai anch’io alcuni avanzi, sbirciandolo, e ostentando disinvoltura. Mangiammo in silenzio. John bevve una lattina di birra calda, con l’ultimo sorso si sciacquò rumorosamente la bocca, sputò la schiuma fuori dalla finestra e si infilò nel sacco a pelo. Era quasi buio. Gli dissi “gutnait” e uscii dalla stanza. Una scala senza ringhiera portava al piano di sopra. Salii la scala alla luce dell'accendino. In cima alle scale si aprivano tre porte su due camere e un bagno. La vasca da bagno era già murata ma ancora protetta da carta adesiva e ingombra di calcinacci. Mancava la rubinetteria. Tolsi i calcinacci, distesi nella vasca il mio sacco a pelo, mi sdraiai. Dalla finestrella del bagno si vedeva il profilo di una collina e un pezzo di cielo con le sue brave stelle.
La mattina fummo svegliati alle sei dal trambusto dei muratori che si preparavano al lavoro. Dopo aver fatto fagotto delle nostre robe, sfilammo davanti a loro in silenzio. Uno ci salutò con una certa simpatia.
Ad Airolo, sulla strada che saliva al Gottardo, superai il mio record di attesa di passaggio - quasi quattro ore - e dovetti rassegnarmi a prendere il treno per Andermatt, dall’altra parte del passo. Seppi poi che le auto venivano caricate sul treno e trasportate al di là della galleria e pagavano un pedaggio al quale si aggiungeva una gabella per ogni passeggero trasportato.
Andermatt la ricordo incassata fra alte pareti di montagna; sole due ore di sole al giorno in estate; una fontana con l’acqua più fresca e buona di tutta la mia vita; un piccolo ostello grazioso, pulito, confortevole; un pranzo leggero e gustoso; un’aria frizzante, proprio svizzera.
A Basilea John prese il treno per Amsterdam perché era in ritardo sulla tabella di marcia. Visitai Basilea in un giorno e mezzo: ricordo solo una cattedralona protestante. Girando per le strade, per assorbire il genius loci, come amavo fare in ogni città nuova, fiutavo reminiscenze confuse di Concili, Trattati, contese e robe del genere; mi facevano sorridere poi anche altre insopprimibili reminiscenze suggerite dal nome tedesco della città – Basel, che in bresciano vuol dire “bacialo” – o da quello francese – Bâle, la cui traduzione in milanese è facilmente intuibile.

lunedì 30 novembre 2009

Terra promessa

Rallento. Mi fermo.
Non vale inseguire fluide speranze
e instabili illusioni.
Non vale fuggire angosce abbarbicate
e stabili tensioni.
E' questa la terra promessa.

SESSANTOTTO E DINTORNI (17): autostop

In quegli anni fare l’autostop era estremamente facile: se si era poi in compagnia di una ragazza, si poteva star certi di avere un passaggio da ogni macchina in transito.
Viaggiando in autostop si facevano incontri veramente interessanti: la tipologia degli automobilisti disposti a dare passaggi era più variegata di quanto si potesse immaginare: si fermavano i vecchi per avere compagnia, i giovani per solidarietà generazionale, le donne mature per istinto di maternità, quelle giovani per curiosità; si fermava il viaggiatore abituale per istinto, il sedentario per invidia, il commerciante per naturale simpatia, il prete per carità, il camionista per impulso naturale, il professore per insopprimibile istinto professionale.
Ho ricevuto passaggi da trasportatori di suini e da famiglie in vacanza, da motociclisti folli e da militari, da suore e da commessi viaggiatori, da coppie litigiose e da vecchi aristocratici.

Una volta fui caricato da un distintissimo signore che aveva una splendida Citrôen DS, la meravigliosa “deesse”, dal muso affusolato; quella che nel fermarsi si afflosciava e nell’avviarsi si sollevava come se volesse misurare la strada prima di balzare in avanti e decollare. L’interno della macchina era interamente foderato di pelle di leopardo, il cruscotto era di pregiatissima radica, i comandi erano lucidissimi. Il vecchio automobilista indossava un completo di flanella principe di Galles dalle tonalità ocra e tabacco, calzoni alla zuava, calzettoni color caffè, scarpe gialle all’inglese, giacca corta sportiva e bordata in pelle, guanti in pelle bicolore, traforati con le dita scoperte, dolcevita dal collo alto color panna, occhiali d’oro; aveva dei baffetti perfettamente curati e le basette brizzolate spuntavano fuori da una berretta di lino grezzo, con la visiera breve e la calotta traforata.
Il “nobiluomo” si informò sulla mia destinazione, mi comunicò in un francese ben scandito e con limpidissima pronuncia, diverso da quello frenetico e incomprensibile dei parigini, che non avrebbe potuto accompagnarci per un lungo tratto, essendo ormai vicino alla sua residenza. Poi, nel breve tragitto, mi fece alcune domande informandosi soprattutto dei miei studi, si complimentò col mio francese che, annotò compiaciuto, era un francese un po’ demodè, antiquato, quasi ottocentesco e quasi perfetto.
Ad un certo punto rallentò, mi disse che era arrivato, si fermò, mi salutò con aperta simpatia e mi fece scendere; fece poi una larga e lenta inversione, ripassandomi davanti mi salutò di nuovo portandosi la mano alla visiera senza girare la testa, impettito e altero come la sua maestosa vettura.
Mi ritrovai alla fine di un lungo viale, all’ombra di un immenso platano, in un punto in cui le macchine in transito erano costrette a rallentare e ogni automobilista mi poteva vedere da lontano: una postazione perfetta per attendere un altro passaggio...

martedì 24 novembre 2009

Trasloco

Dopo una svolta viene naturale progettare traslochi e spostamenti.
Il dubbio che rimane è se convenga scegliere con cura e caricare le cose amate e buttare quello che negli anni ho inutilmente affastellato o se sia meglio, invece, rimorchiare con me tutto il ciarpame e trascinare in discarica il mio cuore.

lunedì 23 novembre 2009

SESSANTOTTO E DINTORNI (16): le regole dell'autostop

Il rituale dell’autostoppista perfetto era immutabile e le regole per viaggiare senza problemi erano codificate. Quell’anno, per divertimento, stilai delle norme di comportamento dell’autostoppista: un breve galateo che intendevo far tradurre in diverse lingue, per farne omaggio ai compagni di avventura.
Le prescrizioni, distillato di intuito psicologico, esperienza e scambi culturali transnazionali, erano le seguenti:

1. L’abbigliamento dell’autostoppista deve essere in ordine e l’igiene particolarmente curata, per superare il primo impatto visivo: non sono consentite scarpe sporche, vestiti trasandati, aspetto trascurato, sudore, polvere, bagagli trasbordanti, bastoni, cartocci alimentari in vista, bottiglie in mano,…;
2. il pollice “recto” deve essere mostrato senza titubanza, col braccio ben teso; non è necessario agitare la mano;
3. lo sguardo deve essere tranquillo e fisso sugli occhi dell’automobilista in arrivo che deve sentirsi direttamente “puntato” e personalmente interpellato;
4. l’espressione del viso deve essere bonariamente serena, in modo da far superare la diffidenza e nello stesso tempo far capire che il passaggio richiesto non è dovuto ad una sgradevole emergenza;
5. se l’automobilista in arrivo accenna a rallentare è necessario elargirgli un sorriso più vistoso, per esprimere approvazione e mostrare riconoscenza;
6. prima di salire in macchina è bene ringraziare per la gentilezza e salutare;
7. è poi consigliabile scuotere la polvere dalle scarpe, con lo stesso gesto di riguardo che si usa prima di entrare in casa d’altri;
8. può essere segno di garbo fare il tentativo di accomodarsi sui sedili posteriori per non apparire invadenti, anche se poi in concreto nessun automobilista accetta di avere uno sconosciuto alle spalle;
9. se l’automobilista non dispone diversamente, è buona norma tenersi borse e zaini sulle ginocchia o sotto il sedile accanto ai piedi, per non sciupare i sedili ma anche per esprimere la temporaneità dell’intrusione e la transitorietà della sistemazione;
10. le portiere vanno chiuse con delicatezza per comunicare un senso di rispetto nei confronti della proprietà altrui;
11. la prima informazione da dare all’autista deve riguardare, a scanso di equivoci, la destinazione finale del proprio viaggio, per consentirgli di valutare il tratto da percorrere insieme;
12. bisogna presentarsi dicendo nell’ordine nome, cognome, nazionalità, motivo del soggiorno, scopo del viaggio;
13. è assolutamente proibito togliersi le scarpe una volta accomodati, e bisogna evitare anche di liberarsi da maglie, giubbini o altri indumenti, per non dare l’impressione di una presa di possesso dell’abitacolo;
14. per la stessa ragione non ci si deve sdraiare, non bisognava occupare due posti, è sconveniente appoggiare la nuca allo schienale o al poggiatesta;
15. è assolutamente disdicevole soffiarsi il naso, grattarsi, sbadigliare;
16. è inopportuno spostare i sedili o modificarne l’inclinazione, abbassare i finestrini, toccare oggetti collocati sul sedile;
17. se sul cruscotto sono esibite in bella mostra le foto di figli o mogli, non è necessario esprimere valutazioni che apparirebbero inevitabilmente frutto di piaggeria e quindi fastidiose o imbarazzanti;
18. è disdicevole leggere i giornali dell’ospite o leggere libi propri, consultare guide, prendere appunti, ... estraniandosi e ignorando il dovere di intrattenersi con l’autista;
19. bisogna lodare le bellezze del luogo solo se lo richiede la conversazione e assentire con discrezione alle lodi rivolte alle bellezze dell’Italia;
20. è cortese interessarsi con educata cautela della professione o ascoltare le confidenze dell’occasionale compagno di viaggio, ma non è opportuno dilungarsi troppo o con eccessiva enfasi nel riferire di sé;
21. non si deve assolutamente cedere alla tentazione di snocciolare la propria biografia;
22. non è opportuno guidare la conversazione, cambiare argomento, mostrare eccessiva curiosità, fare domande indiscrete o esageratamente compiacenti, esprimere opinioni con troppa energia, emettere valutazioni drastiche, confutare opinioni espresse, contraddire, far trapelare disapprovazione,… ;
23. è disdicevole raccontare barzellette, anche se l’ospite ci fa partecipi di tutto il suo repertorio;
24. nel caso in cui sulla macchina ci dovessero essere altre persone è necessario fare in modo che la conversazione sia partecipata e circolare, non bisogna interrompere, prevaricare nel dialogo, intromettersi; …
......

sabato 21 novembre 2009

martedì 17 novembre 2009

Senza titolo

Non è molto da invidiare
l’esistenza che ha subito
chi desidera arrivare
non essendo mai partito.

lunedì 16 novembre 2009

Fiume

Sto a vedere quel che fa il fiume,
quando il fiume non fa nulla.
(Pessoa)

SBUROCRATIZZAZIONE

LA STORIA CI INSEGNA CHE DALLA STORIA NON IMPARIAMO NIENTE. 4

"Noi siamo il partito dei produttori, il partito che distingue gli italiani che lavorano dagli italiani che non vogliono lavorare.
Che cosa vogliamo in sintesi?
Vogliamo che la metà del paese la smetta di vivere alle spalle della affaticata popolazione attiva.
Vogliamo la sburocratizzazione della politica, la sburocratizzazione della burocrazia...
"
Si tratta di uno dei soliti sfoghi di Brunetta?
No: le parole sono di Mussolini.
Scritte nell'ottobre del '22, qualche giorni prima della marcia su Roma.

venerdì 13 novembre 2009

SESSANTOTTO E DINTORNI (15): i miti

I miti dei nostri fratelli maggiori erano l’America e la Russia.
L’America aveva liberato l’Italia dal fascismo e dai tedeschi, ma – soprattutto – ci aveva portato la sua ariosa letteratura, il cinema, i fumetti, la musica nuova, la televisione, la plastica, il popcorn e la gomma da masticare.
La Russia era il paese in cui si andava realizzando il sogno del comunismo, del collettivismo egualitario, del riscatto dalla povertà, della giustizia interclassista, dello stato etico, del potere al popolo.
Ma la Russia che voleva liberare tutti gli oppressi della terra si rivelò incapace di liberare se stessa e divenne un impero grigio e monolitico, infelice e tetro, primitivo e atroce, impermeabile e minaccioso.
E l’America, che pretendeva di esportare in tutti i paesi i suoi principi di libertà, si rivelò presto capace solo di divorare e conquistare, di opprimere i movimenti di liberazione che non contemplavano l’accettazione della sua interessata alleanza: dispiegò una politica militarista di sopraffazione, appoggiò i più feroci regimi dittatoriali (dalla Grecia all’America Latina, all’Africa, al Vietnam), finanziò movimenti e partiti politici conservatori o palesemente fascisti, soffocò e aiutò la repressione delle lotte di liberazione nel terzo mondo, difese con ogni mezzo illecito il modello di sviluppo capitalistico che prevedeva il brutale sfruttamento dei paesi poveri, si oppose senza esclusione di colpi (ricorrendo anche ad assassini politici) alla emancipazione delle ex-colonie..

Per queste ragioni noi eravamo antisovietici e antiamericani. Orfani. Antisovietici rancorosi perché comunisti traditi dal paese fratello. Antiamericani livorosi perché l’America era responsabile della grave involuzione dei valori della rivoluzione francese di cui tutti, compresi i comunisti, ci sentivamo figli.
Ammiravamo i piccoli e tenaci vietnamiti che combattevano contro i giovanottoni ben pasciuti e viziati, resistevano abbarbicati nelle loro foreste bruciate dal napalm, infognati nelle loro catacombe (rifugi sotterranei con camminamenti, ospedali, depositi di armi), lottavano con fucili antiquati contro elicotteri, e tendevano agguati con trappole di bambù, si infiltravano per morire uccidendo gli invasori, pativano stenti e fame mentre i cow-boys americani venivano riforniti di tutto, perfino dell’eroina necessaria per vincere la nausea che li assaliva quando partivano in missione per massacrare donne e bambini.

SESSANTOTTO E DINTORNI (14): la contestazione globale

La necessità di contrapporsi a prescindere nei confronti di chi esercitava il potere in nome di un’autorità spesso immeritata divenne per noi una fissa esasperata e qualche volta un po’ esasperante.
I genitori che comandavano grazie ad un principio d’ordine atavico e codificato anche dalla religione (onora il padre e la madre) dovevano essere disobbediti: ma io mi trovavo in difficoltà a disobbedire a genitori non autoritari che si fidavano di me e che mi insegnavano con l’esempio concreto e non con petulanti verbalismi a vivere onestamente e a improntare i comportamenti a saldi principi etici.
La scuola doveva essere contestata radicalmente e totalmente, le sue regole dovevano essere trasgredite, i riti erano da rifiutare, le attese degli insegnanti andavano disattese, nulla e nessuno andava salvato: diventava quasi un obbligo reprimere i moti di affetto per il professore simpatico e nascondere la stima per l’insegnante che sapeva meritarsela.
Alcuni nostri capetti, quelli che emergevano, erano spesso i più radicali e ottusi: predicavano e praticavano la disobbedienza, sobillavano la massa invitando tutti a sbeffeggiare i padri naturali e spirituali, guidavano la rivolta contro le autorità, … e non coglievano la contraddizione implicita che vive chi si mette a capo di un movimento che vuol decapitare i capi!
Qualche volta mi divertivo a stuzzicare l’arroganza dei nostri Masaniello rilevando queste incoerenze. Se, per esempio, il nostro agente di Pechino indiceva un’assemblea e partiva con i suoi anatemi contro il potere, non resistevo alla tentazione di alzare la mano educatamente e di aspettare che mi desse la parola (“Prende la parola il compagno studente”) per dire:
“Tu contesti globalmente il nostro sistema scolastico affermando che educa alla subalternità. Sono d’accordo con te. Ma non ti pare di mettere in atto lo stesso depravato meccanismo nel momento in cui (evitavo accuratamente di dire “nella misura in cui”) ti metti in cattedra, presiedi, moderi, dai e togli la parola, parli quanto ti pare, ammaestri, chiami l’applauso, lanci slogan, catechizzi, indottrini, inculchi,…?”
L’allocco abboccava, si indignava, perdeva il controllo di sé e articolava una risposta categorica, assertoria, spesso accompagnata da stigmatizzazioni offensiva (“reazionario, revisionista, riformista, deviazionista, menscevico, fascista, democristiano,…”).
La folla applaudiva. Io avevo buon gioco nello sfidare la canea affermando, a voce bassa: “Voi siete contro tutte le istituzioni repressive – la chiesa, l’esercito, la scuola, la famiglia, la polizia, la magistratura, i manicomi, … – ma se qualcuno ha qualcosa da obiettare, scatta l’anatema, parte l’accusa di eresia, preparate il rogo, cacciate l’obiettore a calci nel culo! Voi siete gli inquisitori, voi i sanguinari sanculotti, voi i fascisti!”.
E restavo, a dispetto di tutti.
Ero un anarcoide che usava il sarcasmo al posto delle bombe, la parola caustica al posto dei pugnali, l’ironia al posto del livore. Come tale non potevo essere amato da chi si prendeva troppo sul serio, da chi coltivava la supponenza e ignorava la misura, da chi usava la tracotanza per combattere la prepotenza, da chi non sapeva ridere di sé e sorridere agli altri.

martedì 10 novembre 2009

RECENSIONE (2) : L'isola dei sette fetori.

“Una mattina Ferdinando venne svegliato dallo stridio acuto di uno stormo di gabbiani, dalla luce del sole e da un fetore insopportabile. Aprì gli occhi e - col suo bel pigiama verde decorato di timoni, ancore e bussole - si ritrovò rannicchiato in un copertone da camion sotto uno splendido cielo azzurro attraversato dal volo confuso di nere sagome di uccelli. Davanti a lui quattro sacchi neri di plastica brulicavano di topi indaffarati ed indifferenti”.
Questo è il prologo dello straordinario ultimo libro di R.A. - L'isola dei sette fetori - che ci immerge immediatamente in un atmosfera dalla quale è difficile distaccarsi (e, di conseguenza, ci incolla irresistibilmente alle pagine del libro …).

Il romanzo racconta le mirabolanti vicissitudini di Ferdinando, ventenne fornaio in cerca di occupazione, che si risveglia su un’isola sperduta interamente costituita da una montagna di rifiuti solidi urbani immersa in un mare putrido ed immobile.
Lo sbigottimento iniziale si affievolisce subito, soverchiato dalla impellente necessità di sopravvivere e dal bisogno urgente di escogitare espedienti per sfangare la giornata, trovare cibo, organizzarsi un riparo…
Lo schema narrativo ricalca le avventure di Robinson Crusoe: allo sgomento iniziale, qui come nel racconto di Defoe, segue la ricerca dell’adattamento per la sopravvivenza, l’esplorazione dell’isola, la predisposizione di un luogo adatto per costruirsi un rifugio, il reperimento di oggetti utili,... Il gioco dei parallelismi fra questo modello e quello originale è stimolante, ma più interessanti appaiono le inevitabili diversità rispetto all’archetipo date dalle inconsuete condizioni e dall’anomala scenografia, dalle dissomiglianze fra le epoche storiche e la cultura dei due naufraghi, dalle differenti esigenze prioritarie, dal diseguale spirito di adattamento, dalle dissimili capacità di risposta alla condizione di emergenza, dalla distanza che separa i due protagonisti per quanto concerne le conoscenze tecniche e le abilità manuali, la creatività, il livello di sopportazione della solitudine, l’equilibrio mentale, …
Anche Ferdinando, come Robinson - ma non negli stessi termini - si pone il problema dell’essere, del mondo, di Dio, dell’anima e dell’eternità. Anche Ferdinando elabora progetti di fuga. Anche Ferdinando si lascia cogliere dalla disperazione e coltiva pensieri di morte. Anche Ferdinando infine, grazie a questa esperienza da anacoreta, modifica nella solitudine la sua personalità e cambia radicalmente la sua veltanschauung.

Il finale, che non possiamo rivelare, è assolutamente imprevedibile e sorprendente.
Un dubbio inquietante, alimentato da impercettibili messaggi dell’autore, accompagna la lettura di questo piccolo capolavoro: scorrendo le pagine si fa strada in noi il sottile sospetto - non imprevedibile - che, in un ribaltamento grottesco della realtà, l’isola dei sette fetori sia la il mondo in cui viviamo e che la patria a cui aspirava Ferdinando sia una sperduta isola al largo delle coste sudamericane.

1950 (4): La messa dei defunti

Alcune mattine venivo trascinato in chiesa da un amico, arruolato nella schiera dei chierichetti.
Prima della Messa si celebrava un fascinoso rito chiamato l’Ufficio dei defunti.
Ricordo confusamente la chiesa poco illuminata ed un enorme catafalco collocato al centro della navata, coperto da drappi neri bordati d’argento, circondato da pesanti candelabri.
Ricordo il fumo dell’incenso, il tremolare delle fiamme delle candele, i paramenti lugubri, gli odori di cera, di legno e di resina.
Ricordo lo splendido e terrificante canto del Dies irae e la potente voce baritonale del prete che sovrastava le cantilenanti e strascicate voci nasali delle beghine.
Ho dimenticato le formule latine delle preghiere di cui nessuno capiva il significato ma a cui noi tutti, proprio grazie alla loro indecifrabilità, attribuivamo arcani poteri taumaturgici. Ma ricordo i pensieri che accompagnavano le assonnate preghiere per i defunti: mi perdevo ad immaginare le anime evanescenti che, liberate dal purgatorio per le nostre insistenti orazioni, uscivano dalle fiamme purificatrici in quelle crude mattine d’inverno e, attraverso misteriosi percorsi sotterranei, entravano nella nostra chiesa sbucando dalla botola sotto il catafalco, si mischiavano ai pennacchi di fumo che svaporavano dal turibolo, salivano a frotte verso i lampadari spenti, lambivano i finti marmi delle lesene e dei cornicioni, stagnavano sotto gli affreschi della volta indugiando ad ascoltare le ultime litanie e poi uscivano nell’aria gelida per dirigersi verso il cielo.
I pensieri galleggiavano liberi sulle onde delle nenie liturgiche e fluttuavano leggeri sulle ombre tremolanti.
Coltivavo fantasie eterogenee.
Qualche volta mi perdevo a pensare dove potessero essere le anime dei miei sconosciuti defunti: quella di una nonna di cui avevo sentito celebrare le virtù (“scomparsa lasciando una numerosa famiglia che tristi la rimpiangono”), quella di uno zio alcolizzato, “reciso” nel fiore degli anni, quella di una sorellina senza nome, nata morta e sepolta in un angolo del cimitero disseminato di sagome di angioletti ritagliate in povera lamiera.
Una volta l’anno la cerimonia mattutina era commissionata dai miei in suffragio dei defunti della famiglia e vedeva la straordinaria partecipazione di tutti i miei parenti: da dietro il bastone di una croce o attraverso il fumo del turibolo li sbirciavo fiero del mio ruolo, incuriosito dell’inconsueto assembramento e del loro solenne portamento, stupito della loro immobile e sonnolenta gravità.
In una di quelle occasioni, la mia fede subì una prima incrinatura in quanto mi trovai a pensare alla imperscrutabilità scontrosa ed un po’ sadica di un Padreterno che assorbiva impenetrabile e muto le nostre orazioni e ci faceva congelare i piedi e sprecare il fiato in estenuanti suppliche per chiedere la liberazione delle anime dei nostri nonni che avrebbero potuto essere, solo Lui lo poteva sapere, forse inchiodate senza remissione all’inferno o forse beate in paradiso, purgate e redente da precedenti devozioni.

1954 - LA SCUOLA (3) : leggere e scrivere e far di conto

Ogni mattina ci presentavamo a scuola coi nostri grembiuli freschi di bucato, i colletti bianchi, il numero romano della classe ricamato sul taschino, le scarpe nettate quanto era possibile, le guance arrossate per la strigliata energica a base di sapone da bucato e acqua fredda imposta dalle mamme, i capelli districati e pettinati, le mani quasi presentabili.
Ogni pomeriggio uscivamo dal cancello della scuola come da una zuffa, coi grembiuli sbottonati e stazzonati, i colletti di traverso, le scarpe impolverate, le guance arrossate per l’affanno delle corse, i capelli arruffati, le mani chiazzate d’inchiostro.

Nella cartella di cartone pressato si portavano a scuola uno o due libri, pochi quaderni, un astuccio di legno con scomparti per una cannuccia, due o tre pennini, una matita, un temperamatite, una gomma bicolore.
L’astuccio aveva il coperchio a scorrimento che serviva come righello.
Fra gli articoli di cancelleria obbligatori vi era anche una scatola di matite colorate: i poveri l’avevano semplice, con sei pastelli; i benestanti l’avevano doppia, con dodici pastelli e indefinibili gradazioni di colore. Sulla scatola era stampato – in colori pastello – un Giotto fanciullo vestito da pecoraio che ritraeva il suo agnello su una pietra liscia usando un tizzone di carbone, per ricordare a noi pasticcioni inguaribili che la capacità di disegnare è innata e che l’educazione artistica non serve a nulla; come a nulla serve la musica se si è stonati, a nulla la poesia se non si è di animo gentile, a nulla la scuola per quelli destinati alla zappa.
Nonostante ciò i maestri si sfiancavano per sgrossare le nostre menti e per cercare nella massa amorfa o ribelle le rare perle che avrebbero compensato col successo scolastico la loro fatica.

Il metodo d’insegnamento era direttivo e selettivo: il maestro faceva lezione e assegnava i compiti; chi capiva e sapeva, lavorava; chi non capiva e non sapeva, era perseguitato da ripetizioni, compiti supplementari, esercizi di copiatura estenuanti.
La memoria era l’unica dote richiesta, indispensabile per imparare le tabelline e le poesie, per conoscere le formule della geometria e i nomi delle città, delle regioni e degli stati di tutti i continenti, per ricordare le date di mille battaglie e quelle di mille paci, per sapere l’altezza dei monti e la lunghezza dei fiumi.
I libri, di lettura o sussidiari, erano illustrati con disegni dai colori tenui e acquerellati ed erano zeppi di considerazioni ispirate al motto “Dio, Patria e Famiglia”.
Veniva incoraggiata la competizione che disgregava le relazioni in classe favorendo alleanze classiste; l’aula rispecchiava il paese con le sue quasi immote gerarchie.
I migliori erano esaltati, i reietti erano reietti, ai mediocri si prospettava la scelta fra il paradiso degli eletti e la palude dei rifiuti.
Anche per questo motivo nasceva proprio nella scuola la voglia di riscatto di chi, appartenente alla umile classe dei contadini, degli operai o dei piccoli artigiani, maturava la convinzione e la consapevolezza di valere di più dell’imbranato figlio del farmacista.

1954 - LA SCUOLA (2) : il dettato

L’inchiostro era conservato in un bottiglione sempre imbrattato, chiuso a chiave nell’armadio: solo il maestro aveva il potere, esclusivo e assoluto, di ordinarne la parsimoniosa distribuzione.
Ogni mattina il bidello ne versava una misurata quantità in tutti i calamai; ogni pomeriggio l’inchiostro avanzato veniva recuperato e riversato nel bottiglione, per evitare che seccasse in fondo ai calamai o che si depositasse in feccia melmosa e inservibile.
Nel giorno del “dettato”, che era fisso nel rigido orario settimanale delle lezioni, la dose di inchiostro veniva raddoppiata e la si consumava tutta nell’interminabile esercizio di lenta scrittura, incerta nel tratto, titubante nell’ortografia, irregolare nella dimensione, incostante nella inclinazione.

Le parole lunghe iniziavano con lettere robuste, piene e nere come la pece per il pennino appena inzuppato, e impallidivano gradualmente col defluire dell’inchiostro per terminare in un graffio quasi invisibile.
I pennini – a forma di foglia panciuta, di torre antonelliana, di manina con l’indice puntato – spesso ci tradivano: divaricavano improvvisamente le punte tracciando sottilissime rotaie, incespicavano su impercettibili ostacoli schizzando nuvole di minutissime macchie, raccoglievano e trascinavano invisibili peluzzi disegnando fettucce sinuose, scaricavano a tradimento la loro provvista in un’unica macchia piena, lucida, irrecuperabile.
I più diligenti fra noi portavano nell’astuccio una pezzuola grigia con la quale nettavano il pennino.
La carta assorbente, in fogli sbrindellati o in rotoli impiegatizi, faceva parte della dotazione obbligatoria, ma il suo uso richiedeva abilità non comuni. Nonostante la maneggiassimo con tutte le cautele, sotto la minacciosa sorveglianza del maestro, ci riservava sempre una sorpresa: spiattellava i tratti generosi di inchiostro trasformando le effe in artritiche farfalle; riempiva le pance delle pi e i deretani delle di; timbrava precedenti asciugature su fogli candidi; dimenticava
qualche invisibile segno fresco per regalarlo alle nostre maniche sdrucite.
Ogni pagina era la storia di una faticosa e impari guerra fra l’armonia desiderata e gli imprevedibili inciampi del destino.

lunedì 9 novembre 2009

RECENSIONE (1) : Frammenti di assoluta felicità.


Ho appena finito di leggere Frammenti di assoluta felicità, di R.A.
Il libretto, di cento pagine, mi sembra degno di segnalazione.
L'autore nella premessa precisa di non essersi ispirato a Bufalino che, in Le menzogne della notte, crea un personaggio che propone un gioco un po' decameronico a quattro condannati a morte dicendo loro: “Ognuno racconti per sé. Per esempio, quando e come, in un discrimine della sua esistenza, sia stato per avventura, o si sia creduto, o altri l'abbia creduto felice ... ” ma si dichiara invece debitore di Calvino (Se un viaggiatore...) e di Manganelli (Centurie), invitando l'improbabile lettore a leggere le opere citate.

Il libro non ha trama ma presenta cento testimonianze di cento persone che raccontano un istante della loro vita nel quale si sono sentite assolutamente felici.
L’autore, con una ricerca che immaginiamo estenuante, riferisce di aver costruito il libro intervistando più di tremila soggetti e chiedendo ad ognuno di scorrere "velocemente" con la memoria il passato per individuare e riferire un momento nel quale si sono sentiti "totalmente impregnati di una sensazione di gioia pura".
Il prembolo rivela due aspetti sconcertanti.
Il primo - singolare - è dato dal fatto che per trovare cento frammenti di felicità sia stato necessario setacciare una montagna così imponente di scorie: l’autore racconta lo smarrimento di centinaia di intervistati che, dopo aver affannosamente frugato nella memoria, non hanno saputo trovare un momento di completa e piena felicità; e ben descrive la desolazione di chi, di fronte alla sua semplice domanda, si è trovato con sconfortante sorpresa a fare un avvilito bilancio e a prendere atto di un irrimediabile fallimento.
Un secondo aspetto - sorprendente - è dato dal fatto che tutti gli intervistati (quelli che sono stati in grado di ricordare il momento più felice della loro vita) riferiscono episodi marginali della loro biografia, riportano avvenimenti secondari, raccontano fatti non essenziali, incontri senza conseguenze con persone non importanti, parlano di piccoli gesti, richiamano alla mente eventi dimenticati, accadimenti senza incidenza sul futuro, rivivono vicende insignificanti, riesumano episodi banali, circostanze marginali, situazioni apparentemente insignificanti .

Un vecchio artigiano di Pavia, per esempio, afferma di aver raggiunto il picco della gioia una mattina d’estate del 1947 quando, ventenne, passeggiando in centro città, si era accucciato per allacciarsi una scarpa ed improvvisamente era stato assalito dalla incontenibile voglia di reincontrare una “radiosa” ragazza vista di sfuggita qualche giorno prima in casa di amici: alzandosi, emergendo da un lieve capogiro, si era inaspettatamente trovato di fronte il sorriso splendente di quella ragazza.
Una giovane della provincia di Taranto ricorda un piccolo maialino di plastica azzurra trovato nel cortile della scuola (quando aveva quattro o cinque anni) e segretamente conservato con gelosa felicità per una intera stagione, amico più delle amiche, intimo più della madre, caldo, tenero e dolce.
Un attore di teatro, torinese, quarantenne, ricorda come un lampo di gioia il momento in cui un pastore, che lui aveva osservato mentre intagliava spirali nella corteccia di un bastone, si era alzato dal muretto a cui era appoggiato e, in assoluto silenzio, gli aveva offerto lo splendido bastone di castagno.
Una cinquantenne imprenditrice di Grado racconta, ancora inebriata dal ricordo, un pomeriggio di aprile dei suoi sedici anni quando, sdraiata su un muretto di fronte al mare, si riscaldava al sole ascoltando ad occhi chiusi le chiacchiere dei suoi amici; ed un ragazzo del gruppo si era avvicinato e con un dito le aveva sfiorato a lungo – silenziosamente, delicatamente, quasi distrattamente – l’incavo del braccio, con ghirigori infiniti che lei aveva assaporato rabbrividendo senza aver il coraggio di aprire gli occhi.

Lo stile è conciso, essenziale, come conviene a piccole storie che devono sintetizzare in una pagina una intensa esperienza ed una "lancinante" breve emozione.
Le rapide storie attanagliano e sorprendono. Il libro si legge in un fiato.


domenica 8 novembre 2009

Level 26

Sull'onda del successo plenetario di CSI (la tricefala serie televisiva che racconta di investigatori che sarebbero in grado di trovare i fluidi di Napoleone a Waterloo), Anthony E. Truker ha presentato un libro-sito destinato a dilagare.
La novità non è costituita dalla trama, piuttosto scontata (vi si raccontano le avventure di un ferocissimo assassino seriale, sadico e introvabile quanto basta), ma dal fatto che il libro (di carta, come i libri di una volta) rimanda ad un sito in cui, dopo esserti registrato usando password suggerite dal testo, puoi trovare alcuni filmati che visualizzano la vicenda, sviluppano digressioni, aggiungono carica emotiva,...).
Accanto ai filmati - questa è la seconda novità - il sito offre spazio ad un forum nel quale la folla di lettori-fruitori, compagni di lettura e di avventura, si ritrova per scambiare tutto lo scambiabile (sensazioni, critiche, intuizioni, suggerimenti, premonizioni, divagazioni,...).
Al forum partecipano ovviamente anche gli autori (o, più probabilmente, alcuni loro collaboratori) che intervengono non solo come osservatori ma anche in un ambivalente ruolo di moderatori e provocatori.
I digilettori crescono, e non solo su www.level26.com.
Zuiker lo sa. E se li coltiva. E apre una strada. E prepara il sequel, il film e altro ancora.
Attorno a lui scoppiettano commenti, fioriscono recensioni, si sviluppano dibattiti, si accendono polemiche, a partire da quella trita e ritrita sulla scomparsa del libro.
Tutto fa brodo nella galattica brodaglia in cui siamo persi.

venerdì 6 novembre 2009

SESSANTOTTO E DINTORNI (13): polizia

La squadra politica conosceva parecchi di noi. Alcuni, i capi e i casinisti, erano sicuramente schedati. Ma si favoleggiava che fossimo schedati tutti, anche quelli che, eversori emergenti, erano semplicemente passati per la facoltà occupata: eravamo convinti che in uno scantinato di via Musei ci fosse un classificatore con le nostre cartellette di cartoncino sulle quali, con rotonda grafia, era segnato il nostro nome, cognome, luogo e data di nascita, residenza; e che dentro, su foglietti ordinati, fossero conservate altre informazioni utili: il mestiere dei genitori, l’orientamento politico della famiglia, il credo religioso, l’appartenenza sindacale; lì venivano registrate con accurata meticolosità la nostra adesione alle manifestazioni, la partecipazione ad occupazioni, il ruolo da noi assunto nei cortei, il comportamento tenuto nei sit-in.
La polizia ci teneva d’occhio. Fischiettando le musiche di Theodorakis ci sentivamo un po’ tutti dei Panagulis.
Ma anche noi tenevamo d’occhio la polizia…
… Un pomeriggio d’inverno (quella sera il Grande apriva la stagione lirica) bighellonavo sotto i portici con i soliti quattro amici. Da bravi scioperati facevamo le canoniche tre “vasche”, tra piazza Loggia e via Mazzini, percorrendo i portici di via X Giornate e quelli di corso Zanardelli, andata e ritorno.
In corso Zanardelli appunto, presso il cinema Centrale, ci eravamo fermati a sbirciare la programmazione delle sale cinematografiche della città (allora c’erano almeno dieci sale in centro: Centrale, Crociera, Sociale, Aquiletta, Magenta, Astra, Odeon, Eden, Moderno, …).
Davanti al Grande c’erano assembramenti variegati: capannelli di avvocati e notai, bivacchi di studenti sui gradini del teatro, famigliole provinciali assiepate davanti alle vetrine, sfaccendati eterogenei che slalomavano spintonando tutti.
Riconobbi, proprio davanti alle vetrine del cinema, un poliziotto della squadra politica: mi pareva impegnato a studiare i passanti facendo finta di essere impegnato a chiacchierare con due tipi che, dall’abbigliamento trasandato in contrasto con le scarpe lucidate con zelo militare, si rivelavano bellamente come dei questurini in servizio permanente effettivo.
”Quelli sono della pula, … passaparola. Venite con me che gli facciamo uno scherzo” dissi a Luigi.
Ci muovemmo nella loro direzione.
Dietro di me Luigi avvertiva il gruppetto.
Non ci fu bisogno di concordare il copione.
Avevamo appena finito di scambiarci notizie ed opinioni sul lancio di uova marce che i compagni di Milano avevano organizzato per boicottare la prima della Scala, contestare la manifestazione mondana e l’ostentazione della ricchezza, stigmatizzare l’esibizione del decoro borghese e sottolineare la sfrontata insensibilità della classe capitalistica.
Giravano voci che, contro le signore impellicciate e contro le ingioiellate madame della borghesia milanese, erano stati lanciati palloncini pieni di vernice rossa, a simboleggiare il sangue dei visoni versato sull’altare della vanità: lo sfregio indelebile (si trattava di vernice a olio) segnava l’inizio di una rivolta delle vittime contro gli oppressori, l’avvio di una vendetta, il primo squillo di una rivoluzione.
Ci appostammo alle spalle del terzetto ed iniziammo la pantomima dei Carbonari.
Con una voce da cospiratori, tono basso ma volume che potesse arrivare alle orecchie tese dei questurini, chiesi agli amici se era “tutto pronto”.
- Ho preparato tutto io – disse Luigi.
- Dove avete messo la roba?
- Nella cantina di Beppe.
- Avete preparato anche i cosi?
- Gli embrioni?
- Eh, certo!
- A che ora ci troviamo?
- Alle otto!
- Non è mica meglio alle undici, per l’uscita: fa più effetto!
- No, meglio prima: boicottare è meglio che guastare; prevenire è meglio che curare!
- Viene anche Mario?
- No, Mario non può venire: suo padre lo ha castigato: è agli arresti domiciliari!
- Quanti siamo in tutto?
- Tutti, meno Mario.
- Portiamo i fazzoletti da muso?
- Meglio di si….
E via improvvisando.
Dietro di noi gli agenti in borghese stavano con le orecchie tirate: non facevano nemmeno più finta di chiacchierare tanto erano tesi, allibiti per la nostra disinvoltura, sconcertati per la nostra ingenuità, felici come topi capitati per caso in un magazzino di formaggi.
Il nostro gruppo, sempre complottando, si spostava – tre passi e una sosta – verso via Mazzini.
La ronda ci tallonava con manovre incerte. Uno di loro smanettava con una ricetrasmittente.
- Andiamo alla macchina! disse Luigi, e accelerò il passo. Noi dietro.
I poliziotti si misero decisi alle nostre calcagna.
Aumentammo l’andatura: aumentarono l’andatura.
Ci fermammo un attimo, come incerti se tornare indietro: si fermarono incerti.
Ripartimmo: ripartirono.
Mi fermai a bere alla fontanella dietro un pilastro, con gli amici che facevano crocchio intorno a me: uno degli agenti si chinò per allacciarsi una scarpa, con i due colleghi che gli facevano la guardia.
Passando dietro l’edicola ci bloccammo a studiare le offerte filateliche: uno di loro si arrestò a guardare le riviste di navigazione a vela, un altro si infilò nell’andito di una vetrina per tenerci d’occhio attraverso i vetri, il terzo si mise a tastare con aria preoccupata tutte le tasche che aveva.
Affrettammo il passo verso l’angolo di via Mazzini, dove finiva il portico: la pattuglia affrettò il passo a pochi metri da noi.
Girato l’angolo, uno di noi partì di corsa, e gli altri via dietro: sentimmo lo scalpiccio di scarpe chiodate alle nostre spalle.
Attraversammo la strada per infilarci nella stretta traversa di via Antiche Mura: il terzetto non mollava.
Imbucammo la viuzza e partimmo di gran carriera: bastava arrivare in fondo alla via e dividersi, due verso piazza Vescovado e due in corso Magenta. Saremmo tornati sul corso affollato e ci saremmo dispersi. In fondo a vie Antiche Mura, in quel momento deserta, si pararono a far da diga tre o quattro individui schierati. Dietro di noi i tre imboccavano la via e avanzavano tranquilli, allineati, al passo, in sincrono, con i pollici infilati nelle cinture.
Senza una parola, noi ci raggruppammo come pollastri nella capponaia; senza una parola, loro fecero cerchio e uno ci chiese i documenti.
Armeggiando fra tasche e portafogli tirammo fuori le nostre carte e, remissivi e mogi come cani bastonati, formammo una specie di fila. Quello che sicuramente era il loro capo prendeva il documento, lo rigirava schifiltoso fra le mani, lo studiava, leggeva cognome, nome e indirizzo ad alta voce, ripeteva il cognome come per fissarlo nella mente, lo scandiva come per ripescarlo nella memoria, lo sillabava guardando il suo sottoposto che trascriveva tutto su un taccuino, compitando come uno scolaretto lento.
Noi aspettavamo silenziosi, gli assedianti ci osservavano tranquilli.
Dopo ogni registrazione, la nostra carta di identità passava nelle tasche del capo.
L’operazione non finiva mai.
Finito il giro, il capo tirò fuori dalla tasca i nostri documenti, li mescolò come un mazzo di carte, ci fissò per qualche secondo continuando a smazzare in silenzio; poi cominciò a restituirci le nostre carte, una per una, pescando a caso come un cartomante, e rileggendo i nomi come per un appello.
“Potete andare – disse alla fine con paterna accondiscendenza – ma state attenti: non fate giochetti pericolosi, pericolosi per voi, intendo. E andate a nanna presto stasera!”
Nessuno fiatò.
Ad un suo cenno il cerchio si aprì. Il drappello si mosse compatto verso il centro: i poliziotti sfociarono su via Mazzini e si dispersero nel traffico della strada illuminata.
Per non essere costretti a seguirli, restammo disorientati nelle ombre del vicolo, col nostro portafogli in mano.
Uno mormorò:
- Che facciamo?
Ritrovammo la voce.
- Siamo stati proprio coglioni!
- Che ti è venuto in mente?
- E tu, allora?
- Adesso quelli hanno i nostri nomi e indirizzi!
- Metti che qualche cretino stasera lanci le uova!...
- Metti che qualche idiota esaltato stasera metta una bombetta, o anche solo un petardo!...
- Siamo fregati: ci vengono a tirare giù dal letto.
- Ci tengono in guardina finché non trovano i colpevoli.
- Ci tengono finché non trovano un pretesto per incastrarci, ché tanto i colpevoli non li trovano mai.
- Ci rompono le ossa.
- Facciamo la fine di Pinelli.

Tornammo circospetti in via Mazzini e ci infilammo nell’osteria Frascati a rincuorarci con un bianco con l’oliva e a decidere cosa fare: stabilimmo di dividerci subito, di passare la serata separati e distanti, di intrupparci in compagnie di insospettabili, in locali pubblici, facendoci notare, per avere – ognuno di noi – un alibi.
Tornai al mio paesello, cenai in fretta, me ne andai subito al bar a giocare a briscola (litigando col mio socio), poi a boccette (contestando tutti i punti con pignoleria insolita), poi a scala quarante (perdendo rovinosamente) ...

SESSANTOTTO E DINTORNI (12): teatro

Frequentando sale d’essai e cineforum, ebbi l’occasione di avvicinarmi al teatro. Non quello accademico che si rappresentava (o, meglio dire, rappresentava se stesso) al Teatro Grande, ma quello marginale ed emarginato (e compiaciuto per questa emarginazione) della Loggetta che allora era un piccolo teatro ricavato da una chiesetta sconsacrata e ceduto per poche lire ad una compagnia di dilettanti (che ben presto, coi primi successi, assunsero quell’aria di ricercata trasandatezza che connota tutti gli intellettuali di provincia).
Partecipai ad una preselezione per partecipare ad un corso di recitazione. La mia inestricabile cadenza dialettale, che nessun lavaggio nelle acque dell’Arno aveva attenuato, non mi consentiva di gigionare con testi classici: lessi un breve testo rabbioso, non ricordo se di Norman Mailer (tratto da Il nudo e il morto) o di John Osborna (tratto da Ricorda con rabbia o forse da Lutero). La violenza del testo permetteva di sibilare le parole, di mormorarle a denti stretti, di monotizzare la recitazione, di smozzicare la frase, di gutturalizzare con un certo effetto, di rantolare fra una parola e l’altra, roteando gli occhi come il Duce e come Carmelo Bene,…
Fui accettato al corso, assieme ad un gruppo di altri aspiranti attori. Non lo frequentai, un po’ per pelandronaggine (la frequenza alle lezioni era obbligatoria), un po’ per snobismo (non volevo diventare un mediocre attore ma, casomai, un affermato regista, folgorato all’istante dal successo), un po’ per la intrinseca incapacità di decidere che ormai stava caratterizzando il mio vagabondaggio esistenziale e culturale (mi piaceva bazzicare il milieu ma non amavo confondermi con gli sfigati che lo componevano, non volevo stabilirmi, non avevo intenzione di dedicarmi esclusivamente a qualcosa, preferivo assaggiare e lasciare, presenziare ma essere di passaggio).
La passione per il teatro lasciò comunque qualche strascico che mi portò, qualche anno più tardi, a preparare la tesi di laurea sulle origini del teatro italiano, dopo aver scartato una tesi su Artaud che presupponeva una permanenza a Parigi.
Intanto frequentavo La Loggetta e assistevo agli spettacoli sperimentali che allora imperversavano con discreto successo.
Ricordo gli spettacoli della nostra compagnia con le regia di Renato Borsoni o di Mina Mezzadri, con Gatta e altri. Ricordo il successo di La curt dei pulì, in dialetto.
Ricordo un Pirandello chi? nel quale un gruppo, mi sembra torinese e forse diretto da Memè Perlini, presentò un frullato incomprensibile - volutamente incomprensibile - di testi di Pirandello, tutto giocato su frasi smozzicate, su una scena completamente buia esplorata da tasselli di luce che rivelavano particolari di scena o dettagli di corpi irriconoscibili. Ricordo uno spettacolo futurista, intitolato Futurballa e tratto da testi di Balla, che finiva con lunghi salsicciotti gonfiati sul palco con bombole di aria compressa e lanciati sul pubblico perplesso e poco propenso a scomporsi. Ricordo un elegantissimo e godibilissimo excursus nell’operetta di Paolo Poli. Ricordo una sgangherata provocazione en travesti di Leopoldo Mastelloni che, baule in scena, recuperava abiti e poesie, sciarpe e canti, cappelli e balli, accessori e frammenti di memoria. Agitandosi in scena ruppe le lunga collana che faceva roteare, una pioggia di perle inondò il palco e defluì in platea.
Ricordo l’appassionata e appassionante lettura delle poesie di Porta fatta da Franco Parenti che finì lo spettacolo con la camicia fradicia di sudore.
Ricordo una performance di Carmelo Bene che roteava gli occhi come un pazzo e recitava non so cosa con la sua voce ora roboante, ora neniosa, sibilante o cavernosa, strascicata o in falsetto, sguaiata o in sordina, utilizzata sempre con un bislacco alternarsi di volumi e timbri, in un continuo gioco vocale fine a se stesso, a volte illogico, non sempre collegato al senso e coerente al testo, non sempre comprensibile, alla lunga noioso. Si raccontava di lui che, al termine di uno spettacolo, avesse pisciato dal palcoscenico sul pubblico in risposta a una provocazione o forse in omaggio a una ovazione.
Ricordo una ripresa di Prova d’orchestra di Fellini fatta dal Gruppo della Rocca con alcuni nostri amici fra gli attori (Silvana De Santis col marito Ireneo, Dario Cantarelli, cugino del mio amico Luigi).
Al Teatro Grande si andava di raro, per occasioni particolari: un Ubu Roi di Brecht; un Dio Kurt di cui conservo un vago ricordo poco; il musical americano dello scandalo - Hair - che era arrivato da noi con qualche censura; Il sottoscala con Tedeschi…

giovedì 5 novembre 2009

Coerenza padana

I padani – quelli genuini – possono apparire grezzi, ma la loro autenticità alla fine li rende simpatici ed apprezzabili. Sono legati alla terra e vogliono concretezza, capiscono quello che tocca da vicino la loro quotidianità, affrontano con senso pratico i problemi; hanno il mito dell’efficienza, amano il lavoro in sé e le cose ben fatte, e per la soddisfazione di farle bene le farebbero gratis; rispettano chi costruisce la sua fortuna con la fatica e la perseveranza e disprezzano chi ingrassa sfruttando il lavoro degli altri; cercano l’allegria e la convivialità, non conoscono rancori, sono sinceri ed espliciti fino ad apparire talvolta grezzi e poco educati; stabiliscono rapporti schietti e non amano i salamelecchi; odiano il clientelismo che induce gli utenti dei servizi pubblici a ossequiare untuosamente il travet di turno e permette all’impiegatuccio arrogante di far sembrare favore elargito una prestazione dovuta; non sopportano il pensiero aggrovigliato e odiano i cacadubbi; non amano l’odore dell’incenso; disprezzano la bolsa borghesia che impiega male le fortune accumulate dal nonno con le pezze al culo…

I leghisti all’origine hanno forse ben interpretato questa padanità e – proprio per questo – si sono creati attorno un consenso sostanzioso.
Ora però i dirigenti della lega si stanno allontanando dallo spirito originario, stanno ingannando se stessi e la loro gente, stanno – mi si perdoni l’enfasi – tradendo il popolo.

Quando si affacciano sulla piazza usano ancora i toni ruspanti dei padri fondatori. Per raccattare applausi e consensi e tener saldo il potere hanno trovato nuovi slogan: aizzano la massa contro rom ed immigrati e la plebe inveisce; invocano buste paga e bandiere differenziate e le camicie verdi inneggiano; insultano gli insegnanti meridionali e gli analfabeti esultano.
Ma quando lasciano il balcone e si siedono in salotto assumono le movenze degli spregiati politici: pianificano con astuzia cinica il consolidamento del potere, intrecciano alleanze per la spartizione delle cariche, distribuiscono favori per comprare consensi, vendono l’anima al diavolo.
Chi ha vinto al grido di “Roma ladrona” si allea col più viscido dei politicanti che è cresciuto corrompendo i potenti in declino, ha preso il loro posto, ha allargato il giro gli affari risparmiando le mazzette, ha perfezionato il concerto di interessi.
I capipopolo leghisti hanno infilato una china che li allontana, li ha allontanati definitivamente dalla padanità. Hanno usurpato, senza ragione e senza diritto, il titolo di padani. E sono falsi, sia quando indossano la camicia verde, sia quando indossano quella bianca, col fazzoletto verde al taschino.
È ora che qualcuno glielo faccia capire, alle prossime elezioni almeno.

domenica 1 novembre 2009

mercoledì 7 ottobre 2009

SESSANTOTTO E DINTORNI (11): cinema

Il cinema, come i libri, può essere - ed inizialmente lo fu - un surrogato della vita. Poi, come i libri può diventare - ed io credo che per me lo divenne - un alimento dell’anima, una emozione non surrogata, un sogno pronto suscitabile a comando.

Mi piace pensare che il mio amore per il cinema sia nato negli anni cinquanta quando, da bambino, vidi Il ladro di Bagdad (quello del 1940, prodotto dai fratelli Korda). La proiezione si teneva in una saletta presso le suore, prima che costruissero in paese il Cinema Teatro parrocchiale. Era un pomeriggio d’estate. La saletta era affollata, afosa, male oscurata. Le immagini traballavano su un muro imbiancato. Il sonoro era gracchiante. Le voci, i suoni, le musiche, i rumori si mescolavano al brusio e alla confusione dello stanzone stipato. Eppure il fascino della storia era ammaliante, le immagini affascinanti, la fantasia magica e seducente. Nulla mi poteva distrarre: i ragazzini che si muovevano, i bambini che piangevano e volevano uscire, la luce che irrompeva ogni volta che si apriva una porta, gli odori, la pellicola che si inceppava, i lunghi intervalli per il cambio del rullo, il venditore di farina di castagne, i commenti di chi si annoiava, gli scherzi stupidi dei compagni distratti, il rumore delle sedie di legno smosse, le sagome di chi si alzava davanti e passava sotto lo schermo, …

Ricordo ancora con viva emozione tutta la storia dell’avventuroso viaggio del ladruncolo Abu, le navi, le città con minareti e palazzi, il sultano con la sua bella figlia, il giovane principe; ricordo il Genio imprigionato nella bottiglia sulla spiaggia e la sua liberazione col filo di fumo che sfiatava dalla bottiglia a formare il gigantesco Demone e l’astuzia di Abu che lo imbroglia e lo imbottiglia di nuovo e poi lo libera in cambio della promessa di aver realizzati tre desideri, il volo sulle spalle del Genio con Abu aggrappato ai capelli; ricordo l’episodio del furto del magico occhio di smeraldo della dea (la prima “tele-visione”!), l’ingresso nel tempio esotico pieno di tranelli e difeso da feroci indigeni, la mastodontica statua della dea con sei braccia, la pericolosa arrampicata all’interno della statua e lotta col mostruoso ragno; ricordo le insidie, i viaggi per mari e monti in equilibrio sul tappeto volante, le magie, la battaglia finale, gli amori, la folla plaudente, …

Vidi il film - mi pare di ricordare - due volte di seguito, eludendo la sorveglianza del prete che faceva svuotare la sala al termine della prima proiezione. E poi lo rividi altre mille volte nella mia fantasia, con tutti i dettagli, i trucchi, le fantastiche trovate, le battute, i colori, le paure, i voli, …

Ne parlavo estasiato con chi lo aveva visto per rivivere e condividere le emozioni (ma mi pare di ricordare che nessuno manifestasse un entusiasmo così acceso), lo raccontavo a chi non aveva avuto la fortuna di vederlo per comunicare a tutti la mia esaltazione (ma mi pare di ricordare facce stupite e preoccupate per una eccitazione troppo euforica).

In quegli anni il cinema furoreggiava: il piccolo schermo agli esordi non aveva ancora sbaragliato il grande schermo, come poi avvenne. In tutti i paesi, anche quelli più sperduti, i preti organizzavano proiezioni, non necessariamente di film edificanti, in locali di fortuna. In tutti i paesi, anche i più poveri, sorse nel giro di un decennio la Sala Cinema-Teatro, quasi sempre su un terreno donato da un nobile o da un ricco possidente, sempre costruita con il contributo in denaro e di braccia dei fedeli. Paese grande, sala sontuosa, con schermo ben teso, palco per le rappresentazioni teatrali, sipario di velluto rosso, illuminazione moderna con fari e faretti, applique a spegnimento graduale, pannelli insonorizzanti alle pareti, soffitto a scalare, sala di proiezione chiusa, file di poltrone in velluto, uscite di sicurezza, bar all’ingresso, bancone per la biglietteria. Paese piccolo, sala piccola, con gradinate di cemento a vista e sedie di legno scricchiolanti, muri male intonacati, illuminazione scarsa, sgabuzzino del protezionista aperto; all’ingresso un tavolo che serviva da biglietteria e da spaccio, ingombro di vasi di vetro pieni di caramelle, di scatole con allineati i neri bastoncini di liquirizia, di boccettini di rosolio, di sacchetti di farina di castagne; sotto il tavolo una cassetta di bottigliette di gazzosa e di

Al mio paese costruirono una sala pretenziosa, da paese ricco, in un area nella quale dovevano trovar posto due campi sportivi, uno di calcio e uno di tamburello, ed un enorme edificio che doveva ospitare il bar ACLI, le aule per il catechismo e la casa del curato.

La raccolta di offerte fu organizzata con grande enfasi: le cassette per le oblazioni furono collocate nelle tre chiese del paese, all’oratorio maschile, all’oratorio femminile, all’asilo; fu allestito sul sagrato un enorme cartellone col grafico dell’andamento della colletta accanto a quello che raffigurava lo stato dei lavori. L’impresa non aveva mai fine, le spese aumentavano, gli introiti ristagnavano; il prete nelle sue omelie batteva cassa, il popolo nicchiava.

Nel frattempo le proiezioni, programmate a spron battuto anche per pagare i debiti della grande opera, venivano effettuate in uno stanzone presso le suore (che gestivano asilo, oratorio femminile e ricovero) o - in estate - in una cascina al centro del paese sede provvisoria dell’oratorio maschile.

In una di quelle estati (i lavori durarono alcuni anni) mio padre fu reclutato per vendere i biglietti alle proiezioni all’aperto. La biglietteria era stata allestita aprendo una finestrella ad arco nel pesante portone sbarrato della cascina; l’accesso al cortile era venti metri più in là, attraverso una porticina laterale. I bigliettai erano due: uno dietro la minuscola finestra vendeva i biglietti, l’altro sulla porticina li controllava, li strappava e faceva passare. Quando mio padre era sulla porticina passavo gratis; quando mio padre era a vendere i biglietti, non sempre riuscivo ad entrare: ogni tanto era di turno un inflessibile pidocchioso che mi ricacciava indietro. Tornavo allora al portone, amareggiato ma fiducioso nell’autorità paterna: mio padre, che non voleva chiedere favori agli stronzi, infilava le lunghe braccia nella finestrella, si sporgeva all’esterno, mi prendeva le spalle, mi sollevava e mi tirava dentro: mi infilavo come un topo nella tana, felice come una pasqua, e correvo a sedermi in prima fila davanti al lenzuolo candido a contemplare i nugoli di falene ubriache e gli sciami di zanzare che si addensavano sotto i fasci di luce dei riflettori.



Negli anni sessanta ho poi amato, come molti aspiranti intellettuali di allora, i registi che avrei ancora amato in seguito: Bergman con i suoi primi film in bianco e nero (Il posto delle fragole, Il settimo sigillo, Il volto, Il silenzio,…), conturbanti, terribili, apocalittici, intensi, onirici, freddi; Buñuel per i film surrealisti degli anni ’30 (Un chien andalou, L’âge d’or) e per quelli successivi (Nazarin, Viridiana, L’angelo sterminatore, Bella di giorno) nei quali esprime le sue caustiche ossessioni dissacratorie.
Ho amato Fellini per il suo triste e poetico La strada, per lo struggente Le notti di Cabiria, per l’intrigante e angosciante La dolce vita; ho amato Visconti per i cupi Ossessione e Senso, per l’epico Rocco e i suoi fratelli, per Il gattopardo, colossal risorgimentale.
Ho amato Truffaut per Quattrocento colpi nel quale vedevo rispecchiata in certi aspetti la mia storia, per l’inquieto e triste Jules e Jim, per La calda amante, per l’amatissimo Fahrenheit 451 che raccontava la mia passione per i libri e per la libertà; ho amato Godard per il suo tragico Fino all’ultimo respiro, per lo sconcertante Il bandito delle ore 11, per il presessantottesco La cinese, per l’amarissimo Week-end - Un uomo e una donna dal sabato alla domenica che racconta in modo spietatamente freddo e meticoloso un assurdo, orribilmente borghese, consuetudinario fine settimana.
Ho amato Antonioni per Il grido, L’avventura, La notte, L’eclisse, Deserto rosso nei quali la rappresentazione del vuoto esistenziale, della impossibilità ad uscirne, della assurdità delle situazioni, della incapacità di comunicare sono resi con glaciale lucidità, con agghiacciante disincanto, con terribile rassegnazione; e per Blow-up nel quale aggiunge alla miscela deflagrante dei primi film il dubbio che anche la realtà che appare evidente e incontrovertibile sia in fin dei conti inspiegabilmente illusoria.
Ho amato Risi, in particolare Il sorpasso (in cui mi immedesimavo nell’oblomoviano Trintignan) e Una vita difficile con la storia della squallida deriva di un ex-partigiano; e Rosi per il westerniano Salvatore Giuliano, per lo spietato antidemocristiano Mani sulla città, per lo sconvolgente Uomini contro; e Pietrangeli, per l’indimenticabile e amaro La visita.
Ho amato il primo Pasolini per i suoi epici e candidi, violenti e poetici film ambientati nella periferia di Roma (Accattone, Mamma Roma, La ricotta),così vicini ai suoi primi libri, per il suo fervido, dolce e veramente cristiano Il Vangelo secondo Matteo, per le sue cupe, grottesche e incomprensibili trasposizioni cinematografiche di tragedie greche(Edipo re e Medea).
Ho amato Hitchcock per la ingegnosa perfezione dei suoi intrighi e ancora di più per la genialità del suo linguaggio.
Ho amato Kubrick fin dai suoi primi film, Rapina a mano armata, col suo complesso e perfetto meccanismo narrativo e stilistico, e i due film antimilitaristi diversissimi fra loro, geniali ed efficaci in diverso modo Orizzonti di gloria e Il dottor Stranamore.
Di Marco Bellocchio ho amato in modo particolare il film d’esordio, Pugni in tasca, del ’65, uno dei più conturbanti film mai visti che racconta la storia della sorda e feroce ribellione di un bravo ragazzo della provincia piacentina all’educazione perbenista e della sua famiglia piccolo-borghese, una famiglia asfissiante che va incontro alla dissoluzione, in tutti i sensi. Nel ’64, a Bobbio, ho assistito ad alcune riprese del film e ho conosciuto uno dei coprotagonisti, il ragazzo poliomielitico, e due delle comparse, le suorine graziose che assistono al funerale premonitore che apre il film.
Ho amato Ferreri, il graffiante, irriverente, grottesco Ferreri nell’agghiacciante antifamilista Ape regina, e nello sgradevole La donna scimmia con un avido, repellente e splendido Tognazzi ed una angosciante Girardot.
Ho amato Kurosawa: il cupo e complicato, quasi pirandelliano Rashomon con le sue mille verità; il triste e intenso Vivere che racconta l’ultima buona azione di un arido e inerte burocrate; l’epico I sette samurai, con il confronto fra la cultura contadine e quella militare, gli icastici ritratti dei sette mercenari, gli scontri, gli agguati.
Vedevo i film di questi registi in compagnia degli amici intellettuali di città, in prima visione; rivedevo quelli meno recenti in alcune piccole sale specializzate in film d’autore; mi godevo le retrospettive con dibattito nei cineforum organizzati dal Circolo del Cinema o da curati progressisti di oratori periferici.
Ma non disdegnavo i film “commerciali”, di consumo, che vedevo con gli amici di paese, quelli con i quali passavo ore a giocare a carte o a chiacchierare di futilità, gli stessi che di tanto in tanto organizzavano trasferte a Bagnolo, un paesone della bassa, per vedere quel che passava il convento, senza pretese. Se il film non era soddisfacente - e questo capitava spesso - ci rifacevamo con una gara di critiche salaci a schermo acceso e luci spente, con commenti grevi a voce alta, sottolineature dissacranti, pernacchie e commenti, battute fuori campo, come se fossimo al varietà, in presenza di autori e attori.
E per finire in gloria la serata, lungo la strada del ritorno, sghignazzando e cantando in sei per automobile, facevamo una deviazione notturna sui colli a mangiucchiare qualcosa nelle osterie perse fra le vigne e a scolarci qualche bicchiere di quel nostro vino, un rosso corposo di grezza fattura e di infallibile efficacia.